Il principe

L'opera fu composta nel 1513 e il Machiavelli ne diede notizia in una lettera a Francesco Vettori il 10 dicembre dello stesso anno: «Io ho... composto uno opuscolo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono». Lo scritto, ritoccato nel '14 e nel '15, venne dedicato a Lorenzo di Piero de' Medici, duca di Urbino; fu pubblicato postumo a Roma e a Firenze, nel 1532. Il trattato è composto di 26 capitoli, che si possono raccogliere intorno a quattro argomenti principali: natura dei principati (I-XI), questione delle milizie (XII-XIV), qualitá, virtù e vizi del principe (XV-XXIII), condizione dei principi italiani (XXIV-XXVI).L'opera inizia con l'esame dei diversi tipi di principato (sostanzialmente tre: ereditario, di nuova costituzione e misto), considerando per quali vie, «o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù», ad essi si pervenga (I). Se il principato ereditario risulta solitamente solido (II), è invece spesso instabile quello acquistato recentemente (III). I principati possono essere governati con autoritá assoluta, sull'esempio di Alessandro Magno o dei turchi, o con l'aiuto dei baroni, come il re di Francia: i primi sono difficili da conquistare ma facili da conservare; i secondi facili da acquisire ma difficili da mantenere (IV-V). I nuovi principati si istituiscono con la virtù (Mosè , Ciro, Romolo, Teseo, Gerone) o con la fortuna: questi si hanno facilmente ma costa grande fatica tenerli, quelli possiedono attributi opposti (VI). Tra i moderni pervenne con virtù al principato Francesco Sforza, con fortuna Cesare Borgia, il Valentino, le cui gesta, descritte dettagliatamente, il Machiavelli invita ad imitare (VII). Il trattato analizza altri casi: l'ascesa a principe del privato cittadino, o per via di scelleratezze (Agatocle di Siracusa), o con il favore di potenti sostenitori (VIII-IX); la sicurezza militare (X); la natura privilegiata dei principati ecclesiastici, con l'elogio della spregiudicata politica di Alessandro VI e Giulio II (XI).I capitoli successivi (XII-XIV) sono dedicati alla questione delle milizie; il Machiavelli critica pesantemente l'uso delle armate mercenarie e ausiliarie ed esorta il principe a coltivare l'arte della guerra e a confidare esclusivamente sulle armi proprie; inoltre raccomanda al principe di leggere le storie degli uomini eccellenti e di imitare le loro azioni, come fecero Alessandro con Achille, Cesare con Alessandro e Scipione con Ciro.Nuovo oggetto della riflessione dello scrittore è la personalitá del principe (XV): se gli sia più utile essere liberale che parsimonioso (XVI), amato che temuto o piuttosto temuto che amato (XVII), avere contemporaneamente le qualitá della «golpe» e del «lione» (XVIII), evitare l'odio o il disprezzo (XIX-XX). Egli deve comunque condurre grandi imprese e dare magnifiche prove di sé (XXI). Infine, lo scrittore si sofferma sui ministri che il principe deve tenersi appresso e gli adulatori e falsi consiglieri che deve fuggire (XXII-XXIII). I tre capitoli conclusivi trattano della precaria situazione politica italiana, cominciando dall'osservazione delle ragioni per le quali i principi italiani hanno perduto i loro stati (XXIV); celeberrime le pagine in cui sono descritte la fortuna come fiume in rovinosa piena e la virtù come argine atto a resisterle e indirizzarla (XXV). Nel capitolo finale il Machiavelli rivolge un appello a Lorenzo de' Medici perché, dopo il fallimento del Valentino, prenda a cuore le sorti della nazione «acciò che la Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore». L'opera si conclude con la citazione di alcuni versi della canzone All'Italia di Francesco Petrarca.