Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana

Il romanzo si presenta come un giallo, ma di tale genere narrativo l'autore utilizza solo la struttura esterna, per costruirvi sopra una narrazione aperta, ricca di digressioni, dove si accampa come protagonista il linguaggio fortemente espressionistico, giocato soprattutto sulle commistioni dialettali, con veri e propri pezzi di bravura, avulsi dalla vicenda in senso stretto. Filo conduttore sono le indagini intorno a due crimini condotte da Ciccio Ingravallo, un attivo ma anche meditabondo funzionario di polizia, di origine molisana e trapiantato a Roma. La storia si svolge, infatti, nella capitale, negli anni Venti, con non pochi riferimenti critici ai modelli e alle consuetudini di vita imposti dal regime fascista. Nello stesso palazzo di via Merulana, in un ambiente prevalentemente di buona borghesia, viene prima rapinata la contessa Menegazzi e poco dopo barbaramente assassinata la signora Liliana Balducci. Ingravallo, amico dei Balducci e in particolare ammiratore della donna, frequentava la casa e conosceva le abitudini di marito e moglie, e anche le loro stranezze: le giovani nipoti, o presunte tali, che apparivano e scomparivano nel nulla, le cameriere che si susseguivano una dopo l'altra, trattenendosi in servizio sempre per poco, l'attrazione di Liliana per il bel cugino Giuliano. Scosso dal delitto, sempre preso dai suoi disincantati e perplessi ragionamenti, Ingravallo procede senza molta fortuna: pochi sono gli indizi e confuse le testimonianze. Prima è tratto in fermo il cugino, ma è presto scagionato, mentre più proficua si rivela la pista aperta da un altro indizio, una sciarpa verde portata dal rapinatore della Menegazzi, che conduce gli investigatori a una bottega laboratorio, ritrovo di donne equivoche legate a loro volta a degni compari. Dalle ricerche in questo mondo di malavita viene fuori la sorpresa: il brigadiere Pestalozzi trova presso una delle donne, in una casa cantoniera fuori cittá, i gioielli della Menegazzi nascosti in un pitale. Si comincia allora a ricostruire la rete dei rapporti di questi personaggi, a ipotizzare le varie responsabilitá, ma nel bel mezzo di un interrogatorio di Ingravallo a un'altra giovane del giro, che era stata non a caso cameriera presso i Balducci, il romanzo s'interrompe, senza smascherare i colpevoli. Del resto la soluzione dell'enigma non rientra nella logica dell'opera, che vuole essere la rappresentazione del mondo come «pasticcio», cioè come caos irrazionale, quindi non spiegabile: il «pasticciaccio» non è solo evidentemente della storia gialla, ma assume un significato universale. Di qui discende l'uso di un linguaggio che è esso stesso un «pasticcio», privo com'è di un ordinato svolgimento sintattico e di omogenee scelte lessicali, ma piuttosto un groviglio di molteplici componenti e livelli, secondo lo stile «comico» del miglior Gadda.