Giobbe, Libro di

Il prologo e l'epilogo, che costituiscono la «cornice», sono un racconto in prosa, il corpo centrale del libro è un dialogo in poesia, con l'inserzione di monologhi, lamentazioni, inni.Nel prologo (1-2) viene presentato il personaggio di Giobbe, un orientale timorato di Dio e ricchissimo. Per provare la sua pietá, messa in dubbio da Satana, Yahweh permette che una serie di catastrofi lo privi improvvisamente di tutti i beni, dei figli e della salute. Ma egli sempre accetta la volontá di Dio (1). Tre amici, Elifaz, Bildad e Sofar, vanno a trovarlo, piangono al vederlo e per sette giorni e sette notti gli stanno accanto in silenzio (2). Alla fine erompe il lamento di Giobbe che maledice il giorno della nascita, vorrebbe essere morto da piccolo e si tormenta (3). Seguono tre serie di dibattiti sul significato del caso con i discorsi di ciascuno dei tre amici (tranne che nell'ultimo ciclo in cui manca il discorso di Sofar) e le risposte di Giobbe. Nella prima serie (4-14) gli amici richiamano la dottrina tradizionale della retribuzione: ogni sventura è pena per una trasgressione commessa, invitano Giobbe ad accettare questa legge, a convertirsi e a confidare in Dio. Ma Giobbe rifiuta questa spiegazione: egli si sente innocente e schiacciato dall'onnipotenza divina; a Dio direttamente chiede ragione del suo male.Nella seconda serie di discorsi (15-21) i tre amici accusano duramente Giobbe di essere un bestemmiatore e un ribelle, mentre Giobbe si sente sempre più solo e infelice, ma continua ad affermare la sua fede nella bontá e giustizia finali di Dio. Nella terza serie di discorsi (22-27) gli amici difendono energicamente la provvidenza divina e si dimostrano convinti delle colpe di Giobbe. Questi proclama fino all'ultimo la sua innocenza e invoca un confronto aperto con Dio, che gli appare lontano, indifferente e terribile. Segue un inno all'imperscrutabile sapienza divina (28). Quindi Giobbe in un lungo soliloquio (29-31) ricorda la felicitá passata, lamenta la miseria presente, protesta l'innocenza della sua vita e sfida l'onnipotente a contraddirlo. Improvvisamente interviene un quarto interlocutore, Eliu, che pronuncia quattro discorsi (32-37), criticando gli argomenti portati dagli altri e condannando l'orgoglio e l'empietá di Giobbe; afferma l'assoluta giustizia di Dio e ne esalta la sapienza e la grandezza che si manifestano nei fenomeni della natura. Infine Yahweh stesso si rivolge a Giobbe comparendo nella tempesta (38-42,6): prima gli pone innanzi le magnificenze della creazione, chiedendogli se da lui dipendano, e Giobbe confessa la sua piccolezza e la sua incapacitá di replicare. Poi lo provoca ironicamente a dimostrare la sua forza divina e intanto gli ricorda la propria potenza, che si manifesta nelle terribili bestie che sono il behēmôt (ippopotamo?) e il liwyātān (coccodrillo?). Allora Giobbe riconosce l'onnipotenza divina e la propria ignoranza e si ricrede. Nell'epilogo (42,7-17) Yahweh condanna gli argomenti dei tre amici e approva le parole di Giobbe, che viene reintegrato nei suoi beni in misura doppia rispetto a prima.