Gerusalemme liberata

L'azione del poema si apre nella fase conclusiva della lotta dei cristiani contro i musulmani per la liberazione del Santo Sepolcro; cioè nella primavera di quello che per il Tasso è il sesto anno di guerra (storicamente, la prima crociata non durò che tre anni, dal 1096 al 1099), quando Goffredo di Buglione, duce supremo dell'esercito cristiano, riceve da Dio, per mezzo di un messaggio recatogli dall'arcangelo Gabriele, l'ordine di affrettare le operazioni belliche per la conquista di Gerusalemme, ora che il piovoso inverno è finito. Seguono il discorso di Goffredo alle sue schiere e l'ammonimento all'ubbidienza e alla concordia da parte di Pier l'Eremita; indi ha inizio la grande rassegna dell'esercito, che occupa la maggior parte del canto I. Nel II il re Aladino, che difende Gerusalemme con il fiore dei guerrieri pagani, per consiglio del mago Ismeno fa rapire dal tempio cristiano una sacra immagine, che, collocata nella moschea, renderá inespugnabile la cittá; ma l'immagine ritorna miracolosamente al suo posto. Aladino infuria e minaccia la strage di tutti i cristiani, ove non si scopra chi ha restituito la sacra immagine al tempio: si presenta ad accusarsi colpevole la vergine Sofronia, in gara con il giovinetto Olindo, segretamente innamorato di lei: e ha inizio l'episodio famoso, che si chiude felicemente, grazie all'intervento della intrepida guerriera pagana Clorinda, la quale salva i due, giá legati sul rogo. Segue l'ambasciata di Alete e Argante, inviati dal re d'Egitto a Goffredo in Emaus, a proporre una pace che viene rifiutata, con grande ira del fortissimo Argante, che sará uno dei principali personaggi in tutto lo svolgimento del poema: egli ritorna ora a Gerusalemme, con fieri propositi di minaccia e di sfida. Nel canto III l'esercito crociato raggiunge la cittá santa, salutata con grida di gioia e con invocazioni a Cristo; poi le schiere si accampano intorno alle mura, dall'alto delle quali i capi musulmani seguono con lo sguardo i preparativi per l'assedio. Il re Aladino viene ragguagliato circa i principali guerrieri crociati da Erminia, figlia di Cassano giá re di Antiochia; essa è stata prigioniera di Tancredi, dopo la resa della cittá, e si è innamorata di lui, che le ha fatto dono della libertá, cosicché ha potuto raggiungere Gerusalemme ed è ora ospite di Aladino, al quale addita fra gli altri l'amato Tancredi. Questi però è innamorato di Clorinda, che ha veduto presso una fonte nel suo vero aspetto di giovane donna bellissima. è presentato qui anche Rinaldo, il predestinato progenitore della stirpe estense: egli fa parte del drappello dei venturieri, comandato da Dudone di Consa, contro il quale si avanza il feroce Argante, che lo uccide in duello. Nel canto IV, dopo il conciliabolo dei demoni, ai quali Plutone comanda di uscire dall'abisso e di spargersi ovunque a molestare le schiere crociate, è narrato l'arrivo al campo cristiano della bellissima Armida, nipote del mago Idraote, re di Damasco, che l'ha mandata ad allettare con le sue arti i guerrieri cristiani, e possibilmente lo stesso Goffredo, perché desistano dalla santa impresa. Da lui essa implora l'aiuto di dieci guerrieri, fingendosi vittima di soprusi e di ingiustizie immaginarie e persino privata del trono che le spetta. Vengono estratti a sorte dieci nomi: ma assai più numerosi sono quelli che, caduta la notte, lasciano il campo per seguire la maga. Nel canto seguente (V) scoppia tra i guerrieri un'acerba lotta per l'elezione di colui che dovrá succedere al morto Dudone; il re di Norvegia Gernando viene ucciso da Rinaldo, che perciò è condannato da Goffredo, e, dichiarato reo di morte, deve allontanarsi dal campo. Il canto VI ha inizio con la proposta, fatta da Argante al re Aladino, di definire le sorti della guerra con un duello: egli stesso sará il campione dei pagani. Giunge quindi al campo cristiano un araldo, a sfidare qualsiasi cavaliere voglia battersi con Argante: tutti gli sguardi si rivolgono a Tancredi, ma egli è distratto dall'abbagliante apparizione di Clorinda. Si avanza invece Ottone, e il Circasso lo abbatte: allora Tancredi si scuote e si batte contro Argante in un fierissimo duello, interrotto dal venire della notte. Avendo Tancredi ricevuto duri colpi, Erminia, che ha seguito ansiosa la lotta, decide di avventurarsi fino al campo cristiano per curargli le ferite con erbe e formule magiche apprese dalla madre; indossa le armi di Clorinda ed esce furtivamente da Gerusalemme, ma è vista dal guerriero cristiano Poliferno, che la insegue, credendola Clorinda. Tancredi, le cui ferite non sono gravi, avvertito che una sconosciuta guerriera è stata vista in prossimitá delle tende latine, parte per raggiungerla; Erminia fugge e viene portata dal cavallo in luoghi ignoti; solo alla fine del giorno seguente scende di sella e si trova sulle rive del Giordano. Sfinita, cade in un sonno profondo. All'alba è destata da suoni e canti villerecci: ha così inizio il celebre episodio di Erminia tra i pastori. Nel frattempo Tancredi, cercando le tracce della fuggitiva, capita al palazzo incantato di Armida e vi è insidiosamente attirato, né gli è più possibile uscirne: cosicché all'indomani non potrá riprendere il duello con Argante. Al principio del canto VII, questi si presenta minaccioso: a prendere il posto di Tancredi è designato Raimondo di Tolosa, che un angelo protegge dai tremendi colpi del Circasso; ma lo raggiunge una freccia, fatta lanciare da Belzebù. Ne segue una gran mischia, alla quale mette fine un'orribile tempesta, suscitata dalle potenze infernali. I fatti più notevoli del canto VIII sono la narrazione della morte eroica di Sveno, re dei Danesi, e la ribellione nel campo cristiano, suscitata dalla furia Aletto. La fine di Sveno a opera di Solimano, giá soldano di Nicea, ora condottiero degli Arabi erranti, è annunciata dal tedesco Carlo, il quale porta con sé la spada dell'estinto, destinata per volere divino a Rinaldo, che sará il punitore. Ma ormai si pensa che anche Rinaldo sia morto; giunge infatti un drappello di predatori, che mostrano la sopravveste e le armi spezzate del giovinetto eroe. Per di più, la furia Aletto ha fatto apparire in sogno ad Argillano lo spettro orribilmente mutilato di Rinaldo, che, affermando di essere stato ucciso a tradimento da Goffredo, esorta Argillano a suscitare una rivolta contro di lui. Baldovino ne avverte Goffredo, che, invocato l'aiuto di Dio, si mostra alle schiere senza armi, ma così splendente di celeste maestá nell'aspetto e con così sovrumano accento nel parlare, che tutti gli si prostrano ai piedi. Argillano viene legato e condannato a morte; ma Aletto non si dá per vinta, e nel canto IX appare a Solimano in aspetto di un suo vecchio consigliere. Incitato da lui, Solimano piomba a tradimento sul campo cristiano, in una notte spaventosa, popolata da larve maligne. Molti Franchi sono uccisi nel sonno; cade Latino con i suoi cinque figli; da un altro lato, giungono minacciosi Argante e Clorinda: ma Goffredo e Guelfo corrono alla difesa da ambo le parti. L'empia schiera dei demoni, che con Aletto si sono addensati nell'aria, viene dispersa dall'arcangelo Michele. Intanto Argillano si è liberato dai ceppi, smanioso di riabilitarsi dando grandi prove di sé: cade sotto i suoi colpi Lesbino, paggio prediletto di Solimano, il quale piange e subito vendica il fanciullo, trapassando Argillano con un colpo mortale. Dal canto suo, Goffredo fa prodigi di valore; e infine, a decidere le sorti della battaglia in favore dei cristiani, giunge un drappello di cinquanta guerrieri, che recano l'insegna crociata: sono i cavalieri caduti giá nelle reti di Armida e rimasti prigionieri, come Tancredi, nel suo palazzo incantato. Essa aveva poi voluto mandarli in dono al re d'Egitto: ma mentre camminavano, inermi e legati, li aveva incontrati Rinaldo e li aveva liberati. Essi ora prendono alle spalle i pagani, che fuggono tutti: anche Solimano, desideroso di serbarsi a gesta vendicatrici. A lui, nel canto X, appare in sogno il mago Ismeno in sembianze di vecchio, e gli promette di farlo entrare non visto tra le mura di Gerusalemme. Entrambi salgono su un carro rapido come il vento, e durante il viaggio il vecchio rivela il suo vero essere e predice a Solimano le glorie del Saladino, che sará suo discendente. Scesi dal carro, che tosto scompare, i due entrano in Gerusalemme avvolti entro una nube, e per misteriose vie sotterranee raggiungono una sala, dove il vecchio re Aladino, con scettro e corona, tiene consiglio tra i suoi fidi. è stanco e scoraggiato, e non spera più se non nell'arrivo del re d'Egitto: ché ormai crede morto o prigioniero lo stesso Solimano. Questi invece appare, fiero in volto: Aladino lo abbraccia e molti vengono a fargli omaggio, compresa Clorinda, mentre il solo Argante rimane torvo e disdegnoso. Nel campo cristiano, la rassicurante notizia che Rinaldo è vivo viene confermata da Pier l'Eremita, ispirato da Dio; egli predice le glorie degli Estensi, futura discendenza dell'eroe. Nel canto XI si spiega la pompa di una solenne processione al monte Oliveto, dove è celebrata la Messa; e all'indomani all'alba i cristiani danno l'assalto alle mura, accostandovi delle alte torri di legno, mobili su ruote. Nell'infuriare della mischia presso una delle porte, Goffredo, ferito da uno strale in una gamba, è costretto a ritirarsi nella sua tenda, dove, curato dapprima invano dal medico Erotimo, viene miracolosamente guarito da un angelo; cosicché riprende subito vigore e si slancia nel folto della mischia. Nella notte successiva (canto XII) Clorinda e Argante, con il consenso di Aladino, vanno a incendiare la maggior torre d'assalto. Appiccato il fuoco, corrono entrambi verso la porta Aurea per rientrare in cittá; ma la porta viene rinchiusa prima che Clorinda l'abbia oltrepassata. La raggiunge Tancredi, che la crede un animoso guerriero, degno di misurarsi con lui: e nelle tenebre, in luogo solitario, si combatte il celebre duello.Clorinda cade trafitta a morte e invoca il battesimo: Tancredi le toglie l'elmo, per versarle sulla fronte l'acqua lustrale, e solo allora la riconosce. Sopraggiunge uno stuolo di Franchi, che riporta in cittá il corpo della guerriera; Tancredi, disperato, si ucciderebbe, se Pier l'Eremita non lo richiamasse ai suoi doveri di soldato di Cristo. Nella notte, «la sospirata amica» gli appare e lo conforta con la promessa che le loro anime saranno congiunte in Cielo. Dal canto suo, Argante giura che vendicherá la morte di Clorinda uccidendo Tancredi. Il canto XIII ha inizio con la descrizione della foresta vicina a Gerusalemme, dalla quale i Franchi devono ricavare il legname necessario a ricostruire la gran torre. Ma il mago Ismeno ha stregato la selva: strani e orrendi rumori mettono in fuga i «fabri» inviati a tagliar legna, e non hanno miglior sorte i guerrieri che tentano la prova. Quando vi si avventura Tancredi, dal tronco di un cipresso - sul quale sono impressi strani segni - escono gemiti e sospiri; dalla scorza recisa sgorga sangue, e una voce simile a quella di Clorinda proferisce lagnanze, rimproveri e minacce. A Tancredi cade di mano la spada, ed egli rinunzia all'impresa. Ora vorrebbe tentarla Goffredo; ma Pier l'Eremita lo dissuade, predicendo il prossimo arrivo di colui che unico è destinato a spezzare l'incanto. Sennonché sopraggiunge una gran siccitá, che presto diviene intollerabile: languono gli uomini e gli animali e le piante, e serpeggiano voci di rivolta. Ma Goffredo, pregando, ottiene da Dio una pioggia ristoratrice, e il canto si chiude con la descrizione dei suoi benefici effetti. Il mattino seguente, all'alba (canto XIV) appare in sogno a Goffredo l'immagine del morto amico Ugone, che gli comanda di far ritornare dall'esilio Rinaldo e di perdonarlo: poiché egli solo potrá spezzare gl'incanti della selva, e da lui uscirá una progenie «gloriosa e chiara». Ubaldo e Carlo, scelti per andare in traccia di Rinaldo (XV), partono per Ascalona, dove troveranno un saggio mago, convertito alla fede di Cristo, che li aiuterá nel loro compito. Infatti li fa scendere nelle profonditá della terra, dove ha sede, e rivela loro come Rinaldo si trovi in una delle isole Fortunate, in potere di Armida. Sopra una velocissima navicella, guidata dalla Fortuna (che ha sembianza di una donna «giovin di viso, antica d'anni», il cui abito è continuamente cangiante in mille colori), i due percorrono tutto il Mediterraneo, oltrepassano le colonne d'Ercole (v'è qui un accenno al «folle volo» di Ulisse, e il presagio dell'impresa di Cristoforo Colombo) e arrivano alla deliziosa isola. Il palazzo di Armida (XVI) è un edificio immenso, che sorge sopra un'altura; Carlo e Ubaldo vi giungono facilmente, grazie a un libro d'incantesimi avuto dal mago, e si trovano in un giardino fiorito e popolato di vezzosi augelli canori. Nascosti tra i cespugli, mirano «gli atti amorosi» di Rinaldo e di Armida; finché essa prende commiato da lui con un bacio e si allontana. Allora i due si mostrano a Rinaldo, che non appena si è specchiato nel lucido scudo, vedendosi così femminilmente abbigliato e adorno, è preso da vergogna e avvampa di sdegno contro se stesso. Deposti prontamente «i vani fregi e quelle indegne / pompe di servitá misere insegne», egli parte con i due messaggeri. Gran disperazione di Armida, che, lasciati gl'incanti, lo insegue gridando forsennata e supplicandolo di portarla con sé; poi scaglia contro di lui fuggitivo maledizioni e minacce, e infine cade a terra tramortita, mentre la navicella s'allontana. Ripresi gli spiriti, si ripromette una terribile vendetta, giurando che concederá la sua bellezza e le sue ricchezze a colui che le porterá la testa di Rinaldo; poi suscita un'immensa bufera, con gran vento e tuoni e sibili e urli e scuotimento dei gioghi alpestri. Quando torna a risplendere il sole, non c'è più traccia del palazzo; Armida sul suo carro si leva in alto e vola su terre e mari fino alle rive del mar Morto. Di qui, con cavalieri frettolosamente raccolti, andrá a raggiungere a Gaza le schiere amiche del re d'Egitto. Il canto XVII ha inizio con la rassegna delle innumerevoli schiere di armati che il potente re ha radunato da ogni parte del suo immenso dominio, per guidarle contro i Franchi. Ne viene eletto duce supremo l'armeno Emireno, giá cristiano e passato poi alla fede musulmana. Dopo la rassegna, ha luogo nella tenda del re un sontuoso banchetto, cui partecipa Armida; la quale, tolte le mense, accende nei presenti un fiero desiderio di vendicare su Rinaldo l'offesa recata non a lei sola, ma a tutte le genti pagane. Nel frattempo Rinaldo ha raggiunto le rive della Palestina; il viaggio ha termine, la navicella e la Fortuna scompaiono. Lì presso, Rinaldo trova le nuove armi splendenti a lui destinate: le custodisce il saggio mago di Ascalona, in sembianza di vecchio, e predice al giovane le future glorie dei suoi discendenti Estensi, effigiate sullo scudo. Rinaldo cinge le armi e riceve da Carlo la spada dell'estinto Sveno. Sull'aereo carro del mago volano verso il campo cristiano: intanto quegli aggiunge alle precedenti profezie l'elogio del Duca Alfonso II. A Gerusalemme (XVIII), Rinaldo è perdonato da Goffredo, al quale dichiara che fará ammenda delle sue colpe, l'uccisione di Gernando e il traviamento amoroso, liberando la selva dagli incantesimi infernali. All'alba dell'indomani, egli sale al monte Oliveto; e mentre contempla estatico la bellezza e il meraviglioso ordine del Creato, implora da Dio la grazia di poter rinnovare «il suo vecchio Adamo». Purificato e benedetto, entra nel bosco stregato; lo accolgono musiche incantevoli e apparizioni tentatrici di ninfe danzanti e la parvenza stessa di Armida, che gli si fa incontro uscendo dalla corteccia di un gran mirto. Rinaldo alza la spada, e le seducenti visioni scompaiono: ora lo circondano orrendi Ciclopi, il cielo si oscura, si scatena una terribile bufera, ma Rinaldo impavido tronca l'albero diabolico, e tutto si placa. Egli rientra vittorioso al campo, dove è accolto con grande onore. Incomincia subito il lavoro per fabbricare nuove torri d'assalto: Tancredi intanto manda il suo scudiero Vafrino, uomo «cautamente audace» e conoscitore di molte lingue, a esplorare il campo del re d'Egitto, del quale Aladino attende l'arrivo. Ora la battaglia s'impegna accanita contro le mura: in aiuto dei difensori spiega tutte le sue diaboliche arti il mago Ismeno, circondato da spiriti maligni, mentre la milizia «innumerabile e alata» degli angeli, con l'arcangelo Michele, incoraggia i cristiani. Infine Goffredo e Tancredi, superata ogni resistenza, innalzano sulle mura il vessillo della Croce. Entro le mura, però, la lotta si prolunga (XIX), mentre Tancredi e Argante, usciti dalla cittá, riprendono in una valle appartata il loro duello, questa volta decisivo, che è descritto minuziosamente (occupa ben ventotto ottave), e alla fine Argante è abbattuto; Tancredi, ferito e spossato, fatti pochi passi per allontanarsi, cade a terra privo di sensi. Si combatte intanto nel tempio di Salomone, di cui Rinaldo ha forzato le porte, e nella gran torre di David, dove resistono Solimano e Aladino, sempre fidando nell'arrivo del re d'Egitto. Nel frattempo Vafrino, entrato nel campo di lui, è venuto a conoscenza di una congiura ordita contro Goffredo e ha sentito Armida incoraggiare i suoi amanti, Adrasto, Tissaferne e Altamoro, a uccidere Rinaldo per offrirne a lei la testa. Per buona sorte, fra le ancelle di Armida si trova Erminia, che riconosce lo scudiero e segretamente si accorda con lui, per accompagnarlo quando ritornerá da Tancredi. Lungo la via, gli svela tutta la congiura che minaccia Goffredo e gli narra come mai sia giunta al campo del re d'Egitto, dopo il soggiorno tra i pastori. Usciti dalla via usata, per abbreviare il cammino, i due trovano il corpo inanimato di Argante, e a breve distanza Tancredi: Erminia lo crede morto e si scioglie in pianto, ma il ferito riprende i sensi, e grazie a un drappello di cavalieri cristiani, che è sopraggiunto, viene trasportato a Gerusalemme, insieme con il cadavere di Argante, che Tancredi giudica degno di avere sepoltura onorata, perché è morto da prode. Dal canto suo, Vafrino rende conto a Goffredo della sua missione ed esorta Rinaldo a guardarsi dai tre fedeli di Armida. Il mattino seguente (XX) Goffredo esce dalle mura con le sue schiere, disposte in ordine di battaglia contro quelle del re d'Egitto, comandate da Emireno. La mischia è furibonda: vi perisce fra gli altri, a opera di Solimano, «la congiunta coppia» di Gildippe e Odoardo «amanti e sposi», dopo aver fatto prodigi di valore. Tancredi stesso, nonostante le sue ferite, prende parte al combattimento, ed è presa infine la torre di David. Rinaldo uccide Solimano e Tissaferne; raggiunge poi, in una valle ombrosa, Armida, che era fuggita, decisa a morire; la conforta con modi dolcissimi e fervidamente invoca il Cielo perché dissolva dagli occhi di lei il velo del paganesimo. L'ira di Armida finalmente si placa: anzi, ella giunge a professarsi ancella di Rinaldo, che potrá disporre di lei a suo piacimento. Infine Goffredo abbatte Emireno: poi, al cader della sera, conduce i suoi vittoriosi «al santo ostel di Cristo» e sospende le armi al Santo Sepolcro, sciogliendo così il suo voto.