Spettri

Osvald Alving, un giovane di buona famiglia, torna a casa, in Norvegia, dopo un soggiorno di parecchi anni a Roma e a Parigi, dove era vissuto a contatto con gli ambienti artistici locali. Sua madre, ormai vedova, in un colloquio che ha luogo all'inizio del primo atto, rivela la tragedia del suo infelice matrimonio, che lei ha saputo ben celare a tutti, al pastore Manders. Costui è stato invitato per l'inaugurazione di un asilo costruito dalla signora Alving in memoria del marito, quasi per esorcizzarne lo spettro e potersi finalmente sentire libera. Il ciambellano Alving, infatti, era stato un uomo corrotto ed infedele, e la moglie aveva per anni sofferto in silenzio, per amore del figlio, accettando anche la lontananza da lui, per risparmiargli il funesto influsso paterno. Adesso ella spera di iniziare una nuova vita, e sogna il successo artistico del figlio. La tragedia però non si fará attendere. Osvald si innamora di Regine, la giovane cameriera, e la signora Alving, inorridita, rivela a Manders che la ragazza è in realtá sorellastra di Osvald, sebbene il falegname Engstrand, che ne ha sposato la madre, la consideri figlia propria. Osvald manifesta alla madre il suo amore per la ragazza e spera che la semplicitá di lei possa aiutarlo a superare la profonda depressione in cui sente di stare precipitando. All'improvviso un incendio distrugge l'asilo e, durante la notte insonne in cui tutti si sono invano prodigati nei tentativi di spegnimento, Osvald rivela alla madre di soffrire di gravi crisi di un male terribile e di temere di peggiorare sempre più. Regine, nel sentire che Osvald è malato, lo abbandona. Il colloquio tra madre e figlio si fa più intenso ed intimo e il dramma raggiunge il suo culmine quando la signora Alving, disperata nel veder risorgere lo spettro del marito, rivela al figlio che la sua malattia è l'orribile ereditá paterna. Osvald confessa allora il suo tremendo segreto: ha infatti saputo dal medico che il prossimo attacco del suo male atroce, il rammollimento cerebrale, lo distruggerá definitivamente. Egli implora quindi la madre, quando verrá il momento, di somministrargli una dose mortale di morfina, che ha in serbo a quello scopo. Regine l'avrebbe certamente fatto, egli dice. Al colmo dell'angoscia la signora Alving promette. Ad un tratto, verso l'alba, Osvald, ormai fuori di senno, prende ad invocare il sole, non più in grado di udire le accorate grida della madre. Così termina il dramma: gli spettatori non conosceranno mai la scelta definitiva compiuta dalla signora Alving che, proprio così, pietrificata nel suo dilemma insoluto, emerge come una delle figure più profondamente tragiche di tutte le opere di Ibsen.