Una stagione all'inferno

L'opera è articolata in nove capitoli in «prosa poetica». Un procedimento di sistematica de-strutturazione della logica del racconto tocca non soltanto le categorie causali, spaziali, temporali, ecc., ma assume la contraddizione come qualitá intrinseca di ogni procedimento, etico, intellettuale, poetico: si spiega così la discontinuitá - solo apparente - che taluno ha creduto di rilevare in quest'opera, in realtá frutto di un'alta coscienza stilistica, minuziosamente calibrata nelle scelte ritmiche e compositive.Il brano iniziale - senza titolo - enuncia la situazione stessa dell'inferno, lo stato estremo del maudit che stacca, dal suo «taccuino di dannato», gli «orridi foglietti» che ne dicono la storia. Sangue cattivo (Mauvais sang), suddiviso in otto paragrafi, è il capitolo più lungo del poema; qui Rimbaud tenta una sorta di autodiagnosi, la rivendicazione, ostinatamente denigratoria, del proprio «sangue pagano», della «razza inferiore». Il tema, dominante nei primi due capitoli, del conflitto paganesimo-cristianesimo sfocia poi nei successivi nella polemica contro la societá occidentale; fanno da costante contrappunto motivi più intimi come l'infanzia, la solitudine, il vizio. Notte dell'Inferno (Nuit de l'Enfer) coniuga, in rapida sequenza, emozioni opposte, senza tentativo alcuno di mediazione, né di sintesi: la contraddizione è lucidamente assunta come lacerante ma indissolubile compresenza degli opposti. L'alcool, l'hascisc, la relazione con Verlaine si fondono, per abbagliante forza visionaria, nell'«inferno» teologico di una demoniaca identificazione con Cristo. Deliri I - Vergine folle - Lo sposo infernale (Délires I - Vierge folle - L'époux infernal), particolarmente ricco di spunti autobiografici, allude all'ambiguo rapporto Verlaine-Rimbaud e, simultaneamente, con un tipico procedimento rimbaudiano, al Vangelo (Matteo XXV, 1-13). Deliri II - Alchimia del verbo (Délires II - Alchimie du verbe) è indubbiamente un momento di poesia fra i più alti del secolo. Questo capitolo, che include sette poesie dell'anno precedente, il '72, rappresenta la sintesi del pensiero di Rimbaud intorno al proprio lavoro. Se talora sembrano prevalere momenti d'impietosa autoironia, quasi di scherno nella rievocazione di quella breve stagione poetica, tuttavia il tono della partecipazione emotiva e critica è tanto forte da riscattarsi, alfine, con accenti di sibillina ma feconda ambiguitá: «Questo è il passato. Oggi io so salutare la bellezza». L'impossibile (L'impossible), Il lampo (L'éclair), Mattino (Matin), Addio (Adieu) sviluppano progressivamente un processo accumulatorio, per addensamenti successivi, che esclude ogni mediazione dialettica: rimpianto d'una purezza impossibile; rifiuto dell'Occidente per un Oriente tutto immaginario; esaltazione del lavoro umano come via di salvezza, nonostante il precedente rifiuto dell'azione; emersione quasi mistica dalla notte e dall'inferno. L'ultima, enigmatica frase del poema, «possedere la veritá in un'anima e in un corpo», si contrappone implicitamente alla tentazione del rifiuto della poesia di Alchimia del verbo, nella direzione di un rinnovato modo di vita e di creativitá; l'ambiguitá che ne scaturisce si riconnette ad una giustapposizione di fondo che sostanzia tutto il poema.