Gargantua e Pantagruel

L'opera (libro I, Gargantua) inizia con la descrizione della nascita di Gargantua, figlio del re Grandgousier e della regina Gargamelle. Il giovane principe, che è appunto ereditario del Paese d'Utopia, cresce con ogni cura: dato che è di statura gigantesca molti accorgimenti sono necessari per nutrirlo, mantenerlo in salute, educarlo. Ma viene poi istruito a Parigi, con modi che lo scrittore satireggia allegramente come pedanteschi, mentre esalta la schiettezza della natura che dá agli uomini la vera conoscenza della vita. Grandgousier è aggredito da un prepotente vicino, l'iracondo Picrochole, e perciò Gargantua accorre in difesa del padre e combatte contro il nemico fin che lo vince. Gli è di aiuto un frate rozzo e violento, gran bevitore, Jean des Entommeures. Al fine di dargli un premio, Gargantua costruisce per lui l'abbazia di Thélè me (cioè del volere): più che un convento è un ameno luogo di ritrovo per gentiluomini e dame che alle cure del corpo uniscono quelle dello spirito. Le regole del nuovo cenobio si riassumono nel motto: «Fa' quel che vuoi». Intanto, succedendo al padre (libro II, Pantagruel), Gargantua sposa Badebec: loro figlio è Pantagruel, anch'egli gigantesco di statura. Il ragazzo sará educato per volontá del padre secondo lo spirito dell'Umanesimo: la cultura, non libresca ma scientifica, sará veramente per lui conoscenza della realtá ed esaltazione delle forze benefiche del mondo. Una lettera sull'educazione inviata da Gargantua al figlio è da intendere, per le sue affermazioni intorno alla libertá dello spirito, come uno dei documenti più notevoli della cultura del Cinquecento. A Parigi, nel Quartiere latino, Pantagruel stringe amicizia con Panurge, studente irrequieto ed errabondo, dotato di acuta intelligenza e raffinatissimo in astuzie. Con lui muove in campagna contro i Dipsodi (gli «assetati») e ne diventa re. Nel libro III (Tiers livre) Pantagruel va contro i giganti e si dá a nuovi viaggi che arieggiano le scoperte geografiche del Cartier nel Canada. Tra varie avventure del principe e della sua brigata si profila un carattere singolare: quello di Panurge che, dubitoso se debba o no prender moglie, vuol consultare la Sibilla di Panzoust, il poeta Raminagrobis e altri personaggi: un mago, un medico, un filosofo. Finalmente un pazzo, Triboulet, consiglia di andare dall'oracolo della Divina Bottiglia. Il libro IV (Le quart livre) descrive le nuove peregrinazioni di Pantagruel e compagni in Paesi dai nomi finemente allusivi: ancor più che nelle precedenti parti dell'epopea, sostanzialmente ispirate a descrizioni realistiche, in questi nuovi episodi si notano elementi satirici ben scoperti. Pantagruel e i suoi vanno nel territorio degli strani Chicanous (i «litigiosi», con riferimento ai legulei), nell'isola dei Papefigues (i protestanti), in quella dei Papimanes (i cattolici). Postumo è il libro V (Le cinquiesme et dernier livre), dapprima apparso con un episodio, L'isle sonante (dove si allude a Roma per il continuo scampanio) e quindi a sé: per quanto contenga allusioni ad avvenimenti posteriori alla morte dell'autore, è da ritenere in gran parte genuino. Gli allegri compagnoni passano anche al remoto paese dei Lanternois (forse nel significato di «truffatori») e qui finalmente la sacerdotessa Bacbuc rivela il responso della Divina Bottiglia: l'unico modo adatto a risolvere il problema della vita, per sedare ogni incertezza, anzi ogni dubbio filosofico, è quello di darsi al bere. (L'oracolo dice appunto: «Trink!», cioè , in tedesco, «Bevi!»).La trama, più che succinta, dell'opera non lascia indovinare la ricchezza della fantasia dell'autore di episodio in episodio. Dato che ogni libro è basato più su innumerevoli descrizioni che su una diretta concatenazione di fatti e non si tien sempre conto della coerenza psicologica dei personaggi, si è affermato che il Rabelais sente piuttosto il valore della parola che il tono omogeneo d'una narrazione letterariamente elaborata. Il suo modo di raccontare è ancora tipicamente collegato con le tendenze culturali dell'Umanesimo. Ma, pur criticando l'interesse in gran parte formale recato dai poeti neolatini nelle loro composizioni letterarie, lo scrittore riassume del suo tempo la più genuina lezione: l'adesione alla natura in tutte le sue forme. è uno scienziato che parla delle cose con la passione del neofita e che, prendendo occasione dalle gesta dei suoi personaggi, disserta su educazione, politica, religione, filosofia: sotto il velo della finzione narrativa, egli dice che bisogna cogliere nella sua opera la «sostanziosa midolla», cioè il recondito pensiero. Molti elementi confluiscono in una trama che in origine era soprattutto farsesca e che si trasformò a poco a poco in parodia: anche se partecipò sinceramente al tentativo d'un rinnovamento religioso e spirituale nell'ambito dell'evangelismo, il Rabelais rimane fondamentalmente un narratore faceto, incline al capriccio verbale, alla divagazione erudita, alla satira fine a se stessa. Lo scrittore fa la caricatura a quanto non s'adegua al mondo libero e schietto delle cose: ispirandosi alla ragione, egli combatte tanto contro cattolici quanto contro calvinisti. Gli sembra che tutti insieme continuino a perdersi dietro logomachie e finiscano in lotte tragiche perché fratricide. Egli è l'allievo di Erasmo. E fa a suo modo un «elogio della follia». Non vuole l'ereditá d'un Medioevo inteso come retrogrado perché, in nome di principi extraterreni, non capisce più la realtá. Con i suoi personaggi fa l'elogio della natura, la grande maestra degli uomini. Lotta contro i pregiudizi del mondo e adopera a tale scopo i frizzi più vivaci, i neologismi più arditi e pittoreschi. è un narratore nato, pur con le sue deviazioni. Sembra che parli dinanzi a un uditorio, perché ha l'arte somma di intrattenere. Certo non si preoccupa della coerenza psicologica dei suoi personaggi: anche lo sfrontato Panurge, dietro l'esempio del Cingar folenghiano, può essere vile nella tempesta. Del resto, gli eroi sono spesso pretesti: l'autore più di una volta li descrive come se la loro statura fosse comune. Fors'anche il lettore di oggi, per un gusto dominato ancora dal romanticismo, trova ridondanti molte descrizioni. Si aggiunga, perfino per i francesi, la difficoltá d'intendere appieno una lingua raffinata per costruzione e per lessico. Il fatto poi che l'autore abbia corretto e modificato molti passi per sfuggire alla censura ecclesiastica e non abbia potuto finire e correggere armoniosamente tutta l'opera, presenta difficoltá di lettura e di interpretazione secondo che si usi questa o quella edizione cinquecentesca. Ma con il sussidio dell'edizione critica, condotta da più collaboratori sotto la guida di Abel Lefranc fino a tutto il Tiers livre e quindi per i primi 17 capitoli con il Quart livre a cura di Paul Delaunay, Antoinette Huon, Robert Marichal, Charles Perrat e V.-L. Saulnier, oggi si può leggere un tale capolavoro con maggiori sussidi culturali che per l'innanzi.