I fratelli Karamazov

E' la storia di una violenta inimicizia tra padre e figli che si conclude con un parricidio e un errore giudiziario, e al tempo stesso il resoconto di un'istigazione ideologica.Il padre è Fëdor Pavlovič Karamazov, personaggio privo di qualsiasi regola interiore o esteriore, abbandonato ad una libidine senza limiti; i figli sono Dmitrij, espansivo, loquace, pieno di buoni propositi e di frenetica brama di vita, ma senza nessun principio morale, anche se capace di improvvisi slanci di generositá; Ivan, cupo e introverso, che avverte con il suo animo morbosamente sensibile tutto il male del mondo e nonostante la sua sete di fede si fa portavoce della negazione e del dubbio; Alëša, il «puro cherubino», educato in un'atmosfera religiosa sotto l'influenza del santo starec Zosima; infine Smerdjakov, il figlio illegittimo che vive in casa Karamazov come servitore, una personalitá turpe e servile, che dalla filosofia speculativa di Ivan trae le più abiette conclusioni, interpretando le sue parole «tutto è permesso» come un invito al parricidio.L'uccisione del padre, nei confronti del quale ciascuno aveva motivi d'odio, vedendo in lui o un rivale nell'amore per la sensuale Grušenka (Dmitrij), o un essere spregevole (Ivan), o un padrone dispotico (Smerdjakov), si compie. Il tema dominante del romanzo è la ricerca della colpa, ricerca cui non sará possibile trovare una risposta univoca: tutti e quattro i fratelli sono corresponsabili. Prima di tutti Smerdjakov, autore materiale del delitto, come egli stesso si confesserá, senza per altro fornire prove soddisfacenti per il tribunale; poi Dmitrij che, privo del coraggio di fare l'ultimo passo, colpisce il «doppio» paterno (il servitore Grigorij che si era preso cura di lui fin dall'infanzia); quindi Ivan, più di tutti gli altri tormentato dal senso di colpa per la propria responsabilitá di «mandante», fino alla totale amnesia della psicosi e della morte; e infine Alëša, il quale, non alieno da quel karamazovismo che possiede come una forza oscura tutta la famiglia, pur sapendo tutto, pur prevedendo tutto, non fa nulla per impedire che i propri timori si realizzino. Del parricidio la legge accusa Dmitrij, essendo tutte le circostanze contro lui; poco dopo Smerdjakov si suicida e sebbene all'ultimo momento Ivan cerchi di salvare il fratello con una pubblica confessione che viene scambiata per il delirio di un folle, Dmitrij è condannato ai lavori forzati. Il romanzo si interrompe a questo punto, lasciando in sospeso soprattutto la sorte di Alëša, che nei progetti dell'autore avrebbe dovuto essere il protagonista, e si limita invece alla parte di commentatore e consigliere, cui i fratelli maggiori confessano i loro drammi.L'opera contiene un'altra narrazione, apparentemente priva di un legame esteriore con la fabula del romanzo, di cui in realtá costituisce il nucleo ideale: il poema sul Grande Inquisitore, considerato da Dostoevskij il punto culminante della propria ricerca etica e letteraria. è Ivan, lo spirito diabolicamente lucido che racconta al «santo» Alëša la leggenda di Cristo tornato fra gli uomini e condannato come eretico da un inquisitore spagnolo, il quale considera gli uomini troppo deboli per vivere secondo i suoi comandamenti e incapaci di sopportare l'onere della libertá. Alla libertá e all'amore l'inquisitore ha sostituito il potere e l'autoritá, assoggettando l'uomo, ma garantendogli così una vita tranquilla e la salvezza futura; se Cristo riprendesse la sua missione tutto sarebbe distrutto e l'uomo, travolto dal libero arbitrio, si perderebbe. All'interminabile monologo dell'inquisitore Cristo risponde con un bacio sulle sue «esangui labbra di novantenne»; il vecchio allora gli apre le porte della prigione.