Elegie duinesi

Il lamento esistenziale che apre la Prima elegia si rivolge all'Angelo. Ma farsi udire da questa perfetta astrazione di positivitá è vietato all'uomo: il poeta esca quindi dalla sua distrazione e canti invece le amanti non corrisposte, i giovani morti (ripudio di possesso, riduzione ai minimi termini e massima purificazione dei rapporti umani). Si continua nella Seconda elegia a indagare il limite umano, rapportando l'uomo all'Angelo. Gli angeli sono pericolosi, non si dá più possibilitá di familiaritá con essi, come nell'epoca biblica: un epiteto che ora loro si addice è «specchi», emanarsi e riaffluire della bellezza. Gli uomini sono invece uno svanire, il sentire. Neppure agli amanti è possibile sfuggire a questa dispersione di sé, né è possibile più rifugiarsi nel limite umano che fu dei classici. Nell'elegia successiva si nega ancora ogni purezza del sentire. La madre protegge il bambino dall'esterno, ma internamente egli è del tutto esposto ai condizionamenti biologici e agli influssi dell'inconscio, ama «il selvame del suo intimo»: la sua futura amata non potrá ignorare questo intrico. Nella Quarta elegia un primo studio di purificazione. La mezza mistificazione, il ballerino borghesuccio, va elevata a marionetta: il banale umano si svuota, si purifica e davanti allo sguardo del poeta diventa spettacolo, ad opera dell'Angelo. Così, nelle due successive elegie, nel sorriso del giovane saltimbanco il massimo di artificio si tocca con il massimo di autenticitá, mentre nell'albero di fico la linfa trapassa direttamente in frutto: anche la mediazione distraente, la minaccia costituita dall'abilitá è evitata. La Settima elogia può così iniziare con una brusca cessazione del lamento. La voce sia puro grido e non supplica: sará l'Aperto, luogo dell'interioritá libera da determinazioni, luogo di Angeli morti. Si può lodare l'essere qui dove sì è . La presente epoca della tecnica è informe ed è scomparso ogni tempio: ma proprio perciò si ostentano gli spazi architettonici, creati dall'uomo. L'Angelo è per l'ultima volta invocato e definitivamente, orgogliosamente respinto. Sulla condizione umana così precisata può ormai fondarsi un compito poetico. L'uomo, a differenza dell'animale, non ha davanti agli occhi l'Aperto. Non vi è vicino, come invece gli amanti e i morenti. Vi fu da bimbo, ma ormai ne è fuori: può essere solo spettatore o vano ordinatore del mondo. Potremmo forse vivere come l'alloro (Nona elegia), in un giusto rapporto con la morte e l'universo. Ma le cose hanno bisogno di noi, sognano che noi le trasponiamo nel nostro interiore spazio affettivo: dobbiamo perciò lodare il mondo, il dicibile, dire le cose. Nell'ultima elegia il poeta scioglie l'ultimo ostacolo, le false consolazioni distraenti della cittá, in una sorta di mito platonico. Una Lamentazione guida nel proprio antico paese un giovane abitante della cittá. Di qui egli, toccata la fonte della gioia, se ne va, morto, nel silenzio dell'indistinzione perfetta. Infatti la caduta, in astratta contrapposizione con il moto di ascesa, è vero simbolo di morte e felicitá.