Divina Commedia

La Commedia è divisa in tre cantiche in terzine - Inferno, Purgatorio, Paradiso - di 33 canti ciascuna, più uno che fa parte integrante della prima e costituisce una sorta di proemio generale a tutto il poema, per un totale complessivo di cento canti.Inferno. Immagina il poeta (Canto I) di trovarsi smarrito, senza sapere come, in una selva oscura, all'etá di 35 anni, che corrisponde alla metá del corso della vita umana, il venerdì santo del 1300. Vede, al di lá della selva, un colle illuminato dal Sole, che sembra invitarlo a salire; ma ecco che, al cominciare dell'erta, tre fiere gli impediscono il cammino, una lonza, un leone e una lupa, e quest'ultima specialmente lo costringe a ritornare in basso. Qui gli appare una figura umana alla quale Dante chiede aiuto: quando sa che essa è l'ombra di Virgilio, rivela il suo affetto e la sua ammirazione per il grande poeta latino, e lo supplica di salvarlo dalla lupa. Virgilio gli spiega la natura malvagia della fiera, dalla quale Dante potrá salvarsi solo seguendo un altro cammino, e si offre come guida per condurlo attraverso l'Inferno e il Purgatorio dopo di che un'anima più degna lo guiderá nel regno dei beati, perché a lui, pagano, è vietato accedere al Paradiso. Dante sulle prime accoglie l'offerta di Virgilio (II), ma poi lo sgomenta il dubbio di non avere meriti e forze sufficienti per affrontare l'arduo viaggio che la grazia divina ha concesso solo ad alti personaggi, come Enea e S. Paolo. Ma Virgilio lo rassicura dicendogli che tre donne benedette vegliano su di lui, la Vergine, Lucia e Beatrice, la quale non ha esitato a discendere dal cielo nel Limbo per indurre il poeta latino a muovere in soccorso di Dante smarrito nella selva. A tali parole l'animo del poeta si rassicura, ed egli si affida a Virgilio, che lo guida dapprima attraverso il regno dell'eterna dannazione, poi attraverso quello della purgazione, dal quale, sotto la guida di Beatrice, Dante salirá al Paradiso fino a Dio.Valicata la porta dell'Inferno (III), su cui stanno scritte parole di eterna condanna, i due poeti si trovano nell'Antinferno, dove vedono gli ignavi, costretti a correre dietro un'insegna, stimolati da mosconi e da vespe. Per essi Dante mostra un profondo disprezzo, poiché sono quelli che in vita non hanno fatto né bene né male (sono con loro anche gli angeli che non furono fedeli né ribelli a Dio), e non hanno lasciato di sé alcun ricordo nel mondo; per ciò il poeta non ne nomina nessuno, dicendo solo di aver riconosciuto l'ombra di colui «che fece per viltade il gran rifiuto», che la maggior parte dei commentatori ritiene sia Celestino V. Nell'Antinferno stanno pure, affollate sulle rive dell'Acheronte, tutte le anime dannate in attesa di essere tragherrate al di lá sulla barca di Caronte. Il nocchiero infernale, riconoscendo che Dante è vivo, lo esorta ad allontanarsi, aggiungendo che non è destinato a passare sulla sua barca, ma su un legno più leggero, alludendo al vascello dell'Angelo che trasporta le anime salve alla spiaggia del Purgatorio. Ma Virgilio solennemente l'ammonisce che il viaggio di Dante è voluto dal cielo, e Caronte s'acquieta. Il passaggio dell'Acheronte avviene in modo prodigioso: un terremoto scuote la buia campagna, e dalle viscere della terra si sprigiona un vento che balena una luce vermiglia così intensa, che Dante perde i sensi e cade come colpito da sonno improvviso. Al suo risveglio (IV), si trova al di lá dell'Acheronre, nel 1 cerchio dell'Inferno.Il regno della dannazione, come Dante lo ha concepito, si estende verso il centro della Terra, sotto Gerusalemme, in nove cerchi concentrici che vanno restringendosi dall'alto in basso, a forma di imbuto, e in essi i dannati sono distribuiti in modo che le pene, in relazione alle colpe, sono tanto più gravi quanto più si scende. Questa progressione di gravitá corrisponde alla teoria aristotelica esposta da Virgilio nel canto XI, sulla quale è basata la struttura morale dell'Inferno dantesco, che consiste in una triplice ripartizione dei peccati, per incontinenza, violenza o matta bestialita, malizia : il primo genere di peccati è meno grave perché comprende le colpe commesse per il soverchiare della passione sulla ragione; il secondo e il terzo sono più gravi per l'intervento, nel peccato, della volontá e della ragione. Appartengono agli incontinenti i dannati puniti nel 2, 3 4 e 5 cerchio dell'Inferno; ai violenti quelli del 7 e ai peccatori di malizia quelli dell'8 e del 9; fanno parte a sé il 6 cerchio, per la natura del peccato, come vedremo, e il 1 che è il Limbo. In questo stanno le anime di coloro che non peccarono, ma morirono o non battezzati o senza la fede in Cristo venturo, come i bambini morti prima di ricevere il battesimo, maomettani illustri per azioni o per scienza, eroi e sapienti dell'antichitá pagana. Essi non soffrono tormenti materiali e solo con sospiri rivelano la loro pena spirituale che è la privazione, in eterno e senza speranza, della visione di Dio. Ma nella zona centrale di questo cerchio s'innalza un nobile castello, cinto da un bel fiumicello e da sette cerchie di mura, luminoso, allietato da prati di fresca verdura, una specie di Elisio concesso da Dio e riservato agli «spiriti magni» in premio delle virtù morali e intellettuali da essi esercitate nella vita terrena. Qui è la dimora di Virgilio stesso, al cui incontro muovono, facendogli festa e onore, quattro poeti: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Nella loro compagnia è ammesso anche Dante, a cui sono mostrati gli eroi di Troia e di Roma, i grandi filosofi e scienziati, dal mitico Orfeo ad Averroè musulmano, dalla vista dei quali il poeta si sente esaltato. Questa poco ortodossa creazione dantesca nel suo Inferno cristiano rispecchia l'altissimo concetto che il poeta aveva della dignitá e dell'eccellenza della natura umana nelle sue più nobili espressioni, nonostante il difetto di fede. Quindi i due poeti lasciano il Limbo e giungono nel 2 cerchio dell'Inferno, alla cui entrata siede Minosse, che giudica le anime, e che, vedendo Dante, lo ammonisce sui pericoli del suo viaggio, con l'intento di farlo recedere. Gli risponde Virgilio con la stessa formula usata con Caronte. In questo cerchio si trovano i lussuriosi (V), travolti da una bufera incessante. (La pena di questi, come di tutti gli altri dannati, e anche delle anime del Purgatorio, è assegnata da Dante secondo la legge del contrappasso, che stabilisce una relazione tra il castigo e il peccato, o per analogia o per contrasto; la pena è come una materializzazione della colpa, per cui i dannati si trovano materialmente in una situazione analoga o contrastante a quella morale in cui si trovarono in vita. Così, per esempio, la bufera dei lussuriosi rappresenta la passione dei sensi che li travolse da vivi).Virgilio mostra a Dante le anime delle donne antiche e dei cavalieri, vittime della passione amorosa, sì che l'animo del poeta è giá commosso da un vivo sentimento di pietá, quando gli appaiono, strettamente vicine, le ombre di Paolo e di Francesca. Chiamate da un affettuoso grido di Dante, le ombre si avvicinano a lui: Francesca da Polenta parla dell'amore colpevole e fatale che condusse lei e Paolo Malatesta alla tragica morte per opera di Gianciotto, fratello di Paolo, il poeta, dolente fino alle lagrime, si fa quindi narrare come avvenne che i due amanti si rivelarono a vicenda la loro passione; e mentre Francesca rievoca la scena della lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra e del bacio di Paolo, questi piange silenziosamente, in guisa che, per la grande pietá, Dante viene meno e cade come corpo morto.Ripresi i sensi (VI), si trova con Virgilio nel 3 cerchio, quello dei golosi, a guardia del quale sta il demonio Cerbero, che latra caninamente con tre gole, simbolo della voracitá insaziabile, che Virgilio acqueta con un pugno di terra. I golosi giacciono bocconi a terra, sotto una pioggia di grandine, acqua tinta e neve, condannati a una pena ripugnante, in contrasto, e anche in analogia, con la natura del peccato. Tra le ombre Dante incontra quella del fiorentino Ciacco da cui si fa spiegare le cause e predire le conseguenze delle discordie fiorentine tra i Bianchi e i Neri e il prevalere, prima, dei Bianchi, e poi dei Neri, favoriti da Bonifacio VIII. Aggiunge poi Ciacco che in Firenze vi sono solo due giusti, e anche questi non ascoltati, e accenna al luogo dove si trovano altri personaggi di cui Dante ha chiesto notizia. Lasciato Ciacco, Virgilio spiega a Dante che i tormenti dei dannati cresceranno dopo il Giudizio universale. Intanto giungono al 4 cerchio (VII), degli avari e prodighi, a guardia del quale sta Pluto, il mitologico dio delle ricchezze, che accoglie il poeta con oscure parole d'ira e di minaccia; ma Virgilio rinfranca il discepolo e doma con aspre parole la fiera. I dannati di questo cerchio sono costretti a volgere per forza di petto grandi massi, e, divisi in due schiere, percorrono in senso opposto i due semicerchi: quando si incontrano si rinfacciano a vicenda la loro colpa; sono in gran parte chiercuti, cioè gente di chiesa, e di essi Dante non riconosce nessuno. Virgilio spiega a Dante che i beni del mondo sono in potere di un'intelligenza celeste, che è la Fortuna e che dispone di essi secondo il suo giusto giudizio, occulto agli uomini.Il 5 cerchio è costituito dalla palude Stige, dove stanno, immersi nel fango, più su, gli iracondi che si dilacerano a brano a brano, e, più sotto, coloro che furono tenuti in vita dall'accidia, non nel senso di pigrizia che questa parola ha comunemente, ma nel senso specifico che ebbe negli scrittori ecclesiastici la parola acedia (donde accidia), cioè di «tedio e smoderata amarezza di animo».Mentre i due poeti attraversano la palude sulla barca del nocchiero Flegiás (VIII) un'anima, Filippo Argenti, in risposta ad alcune sprezzanti parole di Dante, afferra l'orlo della barca per trascinarlo giù, ma è respinto da Virgilio che poi abbraccia addirittura il discepolo, tanto è compiaciuto del suo atteggiamento verso il dannato, di cui le altre anime fanno strazio con grande godimento di Dante. L'ira del poeta così come l'encomio entusiastico di Virgilio non sono giustificati dall'episodio, e attestano soltanto un odio personale fierissimo, di cui ignoriamo le ragioni precise. Flegiás li fa approdare dinanzi alle mura della cittá di Dite, o di Lucifero: ma i diavoli oppongono scherni e fiera resistenza a Virgilio chiudendogli in faccia le porte della cittá. Sulla torre (IX) appaiono le tre furie infernali, Megera, Aletto e Tesifone, le quali invocano Medusa che col suo sguardo impietrisca Dante; al che Virgilio, per maggior sicurezza, gli copre gli occhi con le sue stesse mani. Frattanto, preceduto da uno spaventoso rumore come di uragano, ecco venire sorvolando sulla palude un messo del cielo, che con aspre parole rampogna la tracotanza dei demoni, poi col tocco di una verghetta apre la porta, e quindi si allontana veloce.Entrati nella cittá di Dite, i due poeti avanzano nel 6 cerchio, dove, entro arche infocate e scoperchiate, sono puniti gli eresiarchi, gli eretici e gli epicurei che non credettero nell'immortalitá dell'anima. Per ciò questo peccato non può essere compreso nella triplice ripartizione aristotelica giá accennata, riguardando esso uno dei dogmi della religione cristiana.Mentre Dante parla con Virgilio (X), una delle anime lo riconosce per fiorentino e lo invita a fermarsi, il poeta si sgomenta al suono di questa voce improvvisa, ma, bruscamente esortato da Virgilio, si volge e vede ritta dentro un'arca, dalla cintola in su, l'ombra di Farinata degli Uberti. Spinto da Virgilio, che rimane in disparte, Dante si avanza fino alla tomba di Farinata, che gli chiede da quali antenati discenda. Il poeta, pur sapendo di avere dinanzi a sé uno dei più fieri dei Ghibellini di Toscana, non gli nasconde di appartenere alla famiglia degli Alighieri, guelfa; e quando Farinata orgogliosamente gli ricorda di averli due volte cacciati da Firenze, nel 1248 e nel 1260, con non minore fierezza risponde che, tanto la prima quanto la seconda volta, essi ritornarono in patria (nel 1251 e nel 1266), mentre gli Uberti erano rimasti esuli, senza ritorno. Il dialogo, che ha assunto il tono di una violenta schermaglia politica, è interrotto dall'apparizione, accanto a Farinata, dell'ombra di Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido, l'amico di Dante. Egli, tutto preso dal suo affetto paterno, chiede piangendo al poeta dove sia suo figlio e perché non sia con lui. Dante risponde in modo che sembra evasivo e si lascia sfuggire l'espressione «Guido vostro ebbe», per cui Cavalcante, credendo d'intendere che suo figlio sia morto, si lascia cadere nell'arca e più non ricompare. Farinata frattanto è rimasto immobile, estraneo al colloquio degli altri due, tormentato dalla risposta di Dante, che gli Uberti, cacciati, non sono più ritornati in Firenze; e, riprendendo il dialogo, ammonisce il poeta che, prima di cinquanta mesi, egli stesso saprá quanto sia difficile l'arte di tornare in patria. Gli chiede poi perché mai i Fiorentini siano così accaniti e inesorabili contro i suoi discendenti, escludendoli da ogni amnistia politica: e quando sa che il motivo è il doloroso ricordo del sangue versato dai Guelfi fiorentini nella battaglia di Montaperti (1260) dov'egli e i Ghibellini avevano trionfato, Farinata si scagiona dicendo che a Montaperti non era stato lui solo, né senza ragione, a combattere, mentre era stato solo a difendere «a viso aperto» e a salvare dalla distruzione Firenze, quando, nel concilio d'Empoli, i Ghibellini erano stati del parere di radere al suolo la cittá, per sradicare la mala pianta del guelfismo. Grandeggia così, secondo il fine di Dante, in questa parte del dialogo, la figura di Farinata come quella del magnanimo salvatore di Firenze, al di sopra di ogni discordia di partito; e tale rimane, indimenticabile, nella fantasia commossa del poeta. Chiude l'episodio la risposta che Farinata dá a Dante circa la loro conoscenza: cioè , che essi vedono, come i presbiti, le cose quando sono lontane, ma ne perdono la nozione man mano che si avvicinano, e nulla sanno del presente. Questa risposta risolve il dubbio di Dante, sortogli quando si era avveduto che Cavalcante ignorava che suo figlio era ancora vivo. Fino a questo cerchio, infatti, Dante aveva ritenuto che tutti i dannati conoscessero, oltre al futuro, anche il presente, come aveva sperimentato nel colloquio con Ciacco. E perciò prega Farinata di assicurare Cavalcante che Guido era ancora vivo (doveva morire circa quattro mesi dopo). Si noti che la norma spiegata da Farinata e applicata qui per la prima volta come contrappasso alla colpa di questi peccatori, sará estesa, in seguito, a tutti i dannati, diventando norma generale. Lasciato Farinata (XI), i due poeti si soffermano, per abituarsi a sopportare il puzzo che sale dal cerchio sottostante, dietro un grande avello entro cui Dante dice custodita l'anima di papa Anastasio II, da lui creduto eretico, conformemente all'erronea tradizione medievale. Per non perder tempo, Virgilio spiega al discepolo l'ordinamento morale dell'Inferno, secondo la ripartizione aristotelica, di cui giá abbiamo fatto cenno; parla delle varie forme di violenza o «matta bestialitade» - contro il prossimo (omicidi, ladroni da strada), contro se stessi e le proprie sostanze (suicidi e scialacquatori), contro Dio, natura e arte (bestemmiatori, sodomiti e usurai) - e di malizia o frode, che può volgersi contro chi non ha particolari ragioni di fidarsi («ipocrisia, lusinghe, e chi affattura, / falsitá, ladroneccio e simonia, / ruffian, baratti e simile lordura»), o contro chi si fida (tradimento). Rispondendo a una domanda di Dante, spiega poi perché l'usura offenda Dio. Quindi i due poeti scendono al 7 cerchio (XII), quello dei violenti, diviso in tre gironi. Il primo è costituito dal Flegetonte, fiume di sangue bollente, nel quale sono immersi più o meno, secondo la gravitá della colpa, i violenti contro la vita e le sostanze del prossimo, tra cui i tiranni Alessandro Magno (secondo altri, Alessandro di Fere), Dionisio, Attila, Ezzelino da Romano e altri, e i predoni, quali Rinieri da Corneto e Rinieri Pazzo. Stanno a guardia di questi dannati il Minotauro e i Centauri, che li saettano quando tentano di uscir fuori dal sangue più di quanto sia loro concesso. Il capo dei Centauri, Chirone, dá ai poeti come guida Nesso, il quale porta Dante sulla groppa al di lá del Flegetonte, nel secondo girone, che è quello dei violenti contro se stessi e i propri averi.Qui (XIII) sorge la paurosa e fosca selva dei suicidi, le cui anime, per essersi violentemente private del corpo, non conservano aspetto umano, ma stanno rinchiuse entro i tronchi degli alberi le cui foglie sono straziate dalle Arpie. Dante ode gemiti da ogni parte, senza vedere donde vengano: esortato da Virgilio, tronca un ramoscello da un gran pruno, dal quale escono insieme parole e sangue. Chi parla, è l'anima di Pier della Vigna, cancelliere di Federico II, il quale esalta il suo signore difendendo se stesso dall'accusa di infedeltá, e prega chi di loro ritorni nel mondo, come prima gli ha detto Virgilio, di confortare la memoria di lui, infamata dall'invidia dei cortigiani. Spiega quindi come le anime si chiudano negli alberi, e dice che neppure dopo il Giudizio universale esse riprenderanno il loro corpo il quale verrá appeso ai rami della trista selva. Dopo aver assistito allo strazio che infernali cagne fanno di due sperperatori delle proprie sostanze, Lano da Siena e Jacopo da S. Andrea, il quale ultimo si appiatta inutilmente entro un cespuglio che è l'anima di un anonimo suicida fiorentino (forse un Rocco de' Mozzi), i poeti entrano nel terzo girone (XIV), dei violenti contro Dio, natura e arte, puniti in una landa arenosa sulla quale piovono dilatate falde di fuoco. Tra i bestemmiatori ecco la superba figura di Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che, morto, è tale qual fu vivo, e impreca e inveisce contro Giove, ostentando un'indomabilitá, che non è se non rabbia orgogliosa, ed è in ciò che consiste il suo più cocente martirio.Mentre i poeti traversano la landa sul margine di un fiumicello dove le fiamme si spengono, Virgilio spiega l'origine dei fiumi infernali che si formano con le lagrime goccianti dalla statua del Veglio di Creta, simbolo dell'umanitá e della sua progressiva corruzione. Tra i violenti contro natura viene loro incontro una schiera di anime (XV), una delle quali guarda fisso Dante che in lei riconosce l'amico e, in un certo senso, maestro suo Brunetto Latini. Si svolge così tra i due un affettuoso colloquio, nel quale il poeta esprime la sua riconoscenza per i savi consigli e ammaestramenti del dotto uomo, dolendosi di vederlo tra i dannati, e ser Brunetto, esortandolo a tenersi lontano dai corrotti costumi dei Fiorentini, gli predice l'onore di essere odiato tanto dai Guelfi Neri quanto dai Bianchi. Al che Dante risponde che la purezza della sua coscienza lo dispone a sostenere i colpi dell'avversa fortuna, e chiede notizia dei suoi compagni al dannato, che ne nomina alcuni, e poi si allontana correndo, dopo aver raccomandato al poeta il suo Tesoro, nel quale egli sa di vivere ancora. Altri onorevoli fiorentini incontra Dante in questo cerchio (XVI): Jacopo Rusticucci, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, coi quali parla delle condizioni della sua cittá infelice dove «la gente nuova e i subiti guadagni» hanno generato «orgoglio e dismisura».Proseguono quindi i poeti sino all'estremitá del girone, dove il fiume infernale precipita nell'8 cerchio; Virgilio getta nell'alto burrato una corda che Dante aveva cinta intorno ai fianchi, e a quel segnale viene su dal fondo il mostro Gerione, simbolo della frode, che dovrá calare i poeti in Malebolge. Mentre la sua guida parla con Gerione (XVII), Dante si allontana per vedere da vicino gli usurai, dal collo di ciascuno dei quali pende una tasca con lo stemma di famiglia; ne incontra alcuni fiorentini e padovani, poi torna al suo maestro e con lui si asside paurosamente in groppa a Gerione che, discendendo con lentissimo volo, li depone alla base inferiore dell'alta roccia, dileguandosi poi rapidamente. L'8 cerchio, detto Malebolge (XVIII), è diviso in dieci bolge o valli circolari concentriche, sormontate da ponti che ne uniscono gli argini, permettendo così ai poeti di passare dall'una all'altra bolgia. In ciascuna di esse è punita una categoria dei fraudolenti contro chi non si fida. Stanno nella 1a i seduttori di donne per conto proprio e d'altri, divisi in due schiere che camminano in senso inverso, e sono sferzati dai demoni; nella 2a gli adulatori immersi nello sterco; nella 3a (XIX) i simoniaci, che hanno fatto commercio di cose sacre, confitti capovolti in piccoli pozzi, e con le piante dei piedi accese di viva fiamma. Qui Dante parla con l'anima di papa Niccolò III Orsini, il quale dice che egli cascherá più in basso quando il suo posto sará preso da Bonifacio VIII (1303) a cui succederá a sua volta Clemente V (1314). La vista di questi peccatori ispira al poeta una fiera invettiva contro l'avarizia dei pontefici e la donazione di Costantino. Nella 4a bolgia (XX) stanno gli indovini, costretti a camminare lentamente, col viso stravolto verso la parte posteriore del corpo, e la pietá per essi, che induce Dante alle lagrime, suscita un aspro rimprovero da parte di Virgilio, il quale, additando poi al discepolo l'ombra di Manto tebana, si indugia a parlare dell'origine di Mantova. Nella 5a bolgia (XXI), sotto la guardia dei diavoli, sono tuffati entro la pece bollente i barattieri, colpevoli di essersi valsi delle cariche pubbliche a loro privato vantaggio. Qui i poeti assistono allo strazio di un lucchese, sono essi stessi minacciati dai diavoli, ma poi ricevono dal loro capo Malacoda dieci diavoli per guida, a capo dei quali è posto Barbariccia, perché questi mostri ai poeti (così spiega Malacoda) dove si trovi il ponte che sovrasta la bolgia seguente, in quanto che quello su cui essi sono venuti fin qui è rotto. è una bugia inventata da Malacoda per beffarsi dei due poeti, giacché tutti i ponti che sovrastano la bolgia seguente caddero per il terremoto seguito alla morte di Cristo. Incamminatisi in compagnia dei diavoli (XXII) parlano con un dannato acciuffato da questi, probabilmente un certo Ciampolo di Navarra, così finemente astuto che riesce a giocare un tiro ai diavoli stessi rituffandosi nella pece e sfuggendo ai loro tormenti. Per questa beffa due diavoli si azzuffano tra di loro e s'invischiano con le ali nella pece; e mentre gli altri prestano loro soccorso, i due poeti si allontanano da essi, e, quando si vedono inseguiti, si calano a precipizio nella 6a bolgia. Qui (XXIII) trovano gli ipocriti che camminano lentamente sotto il peso di cappe di piombo dorato al di fuori, e parlano con due frati gaudenti bolognesi, Catalano dei Catalani e Loderingo degli Andalò. Nella 7a bolgia (XXIV), che è stipata di serpenti tormentatori delle anime, assistono alle punizioni dei ladri, tra cui, volgare e violento, Vanni Fucci pistoiese, che, punto da un serpente, s'incenerisce, e di colpo riprende la figura umana. Questi, riconosciuto da Dante, per vendetta gli predice la sconfitta dei Bianchi, poi (XXV) per dileggio fa un gesto sconcio verso Dio, di che le serpi fanno immediata vendetta. Dopo di che assistono a prodigiose trasformazioni di uomini e serpi che si fondono insieme o che scambiano reciprocamente natura. Nella bolgia 8a (XXVI) stanno rinchiusi entro lingue di fuoco i consiglieri fraudolenti, tra i quali avvolti entro la stessa fiamma a due punte, si avanzano gli antichi eroi omerici, Ulisse e Diomede; dall'alto del ponte, Virgilio chiede a Ulisse di raccontare come avvenne la sua morte e l'Itacese narra il suo ultimo viaggio. Partito da Circe, dopo le lunghe peregrinazioni, gli affetti familiari non valsero a trattenerlo e a spegnere il desiderio di conoscere il mondo e i vizi e il valore degli uomini. Messosi, giá vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l'alto mare aperto, naviga il Mediterraneo, tra le coste della Spagna e dell'Africa, fino allo stretto di Gibilterra, ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini, le colonne d'Ercole. Esortati con una «orazion piccola» i compagni a «seguir virtute e conoscenza» e ad affrontare i rischi del «folle volo», Ulisse prosegue l'audace navigazione nello sconfinato oceano Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza. La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella è la montagna del Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare: da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave, affondandola nel mare che si richiude sopra gli arditi navigatori. Le parole di Ulisse sono un'esaltazione del suo e di ogni umano ardimento, purché non contrario alle leggi divine; il suo volo, se può sembrare «folle» al lume della ragione, desta nell'animo ammirazione per quanto vi è di generoso, di grande, di eroico nell'audace impresa che sembra precorrere quella di Cristoforo Colombo, e nella forza della volontá consapevole e deliberata a infrangere tutti gli ostacoli che si frappongono all'umana conoscenza. Nella stessa bolgia (XXVII) l'anima di Guido da Montefeltro racconta come egli fosse stato indotto da papa Bonifacio VIII a dare il consiglio fraudolento circa il modo di prendere Preneste, sicuro dell'assoluzione datagli dal papa prima ancora del peccato; e come, alla sua morte, accadde un breve contrasto tra S. Francesco e il demonio, per il possesso della sua anima, contrasto vinto dal diavolo per l'invaliditá dell'assoluzione papale precedente al peccato, al quale non era seguito il pentimento. Nella 9a bolgia (XXVIII), feriti e straziati dalla spada di un demonio, stanno i seminatori di discordie, di scandali e di scismi, tra cui Maometto, col ventre squarciato, Pier da Medicina, Curione, Mosca de' Lamberti e Bertram dal Bornio (Bertran de Born), che porta la testa staccata dal busto e tenuta per le chiome con la mano a guisa di lucerna, apparizione tale, che Dante avrebbe paura di descriverla, se non avesse coscienza di dire il vero. Nella 10a bolgia (XXIX) stanno, afflitti da varie ripugnanti malattie, i falsari di metalli, di persone, di moneta e di parola; e qui Dante assiste a un volgare contrasto tra il greco Sinone e maestro Adamo, un falsatore del fiorino fiorentino (XXX).Intorno alla ripa di un pozzo, dove terminano le Malebolge, torreggiano i Giganti (XXXI), dal ventre in su: essi hanno la parte inferiore dell'immenso corpo addossata alla parete del pozzo, e i piedi piantati sul fondo. Uno di essi, Anteo, sollecitato da Virgilio, prende i poeti e li depone sul fondo, nella pianura gelata di Cocito (XXXII), dove sono puniti i traditori (colpevoli di frode esercitata verso chi si fida) distinti in quattro regioni: Caina (traditori dei parenti), Antenora (traditori della patria o della parte), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori, come generalmente si crede, dei benefattori). I dannati di questo cerchio sono confitti nel ghiaccio prodotto dal raggelarsi del fiume infernale per il vento freddo causato dalle ali di Lucifero. Nella Caina e nella Antenora, che prendono nome da Caino e da Antenore, leggendario traditore di Troia, i traditori hanno il capo fuori dal ghiaccio e il viso, quelli della Caina, volto all'ingiù, quelli dell'Antenora eretto. Fra questi ultimi Dante prima incontra Bocca degli Abati, traditore dei Guelfi alla battaglia di Montaperti, a cui il poeta strappa i capelli per fargli dire chi sia, e poi scorge con raccapriccio due ghiacciati in una buca, l'uno dei quali rode bestialmente il teschio dell'altro. Sono, l'uno, il conte Ugolino della Gherardesca, qui condannato per aver tradito prima la parte ghibellina e poi la parte guelfa, e l'altro l'arcivescovo Ruggieri, colpevole di aver tradito il conte, fingendoglisi politicamente amico. Il conte Ugolino, indotto dalle parole di Dante che gli promette di far conoscere al mondo le cagioni, se giuste, del suo odio contro il compagno, rivela (XXXIII), piangendo, la crudeltá della morte a cui, per causa dell'arcivescovo Ruggieri, fu sottoposto insieme con quattro figli (propriamente, due figli, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Anselmuccio e Nino detto il Brigata). Rinchiusi nella torre della fame, in Pisa, nel 1289, una notte, dopo molti mesi, sono tutti atterriti dallo stesso sogno profetico: una fantastica caccia sul monte S. Giuliano, guidata dal Ruggieri e da altre famiglie pisane contro il lupo e i lupicini, raggiunti e straziati da «cagne magre, studiose e conte». Il presagio della triste fine è confermato dal sentir inchiodare l'uscio di sotto dell'orribile torre, nell'ora in cui soleva essere portato il cibo; essi sono condannati a morire di fame. La tragedia si svolge tutta nel silenzio e nell'ombra; l'impetrare, muto, del padre, l'aspetto dei visi scarni e sofferenti, l'atto del conte di mordersi le mani per dolore, interpretato come un tentativo per sfamarsi dai figli, che a lui offrono le loro misere carni, la morte di Gaddo implorante aiuto e poi degli altri tre a uno a uno tra il quinto giorno e il sesto, il brancolare del padre giá cieco sovra ciascuno e il chiamarli a lungo disperatamente per due giorni, infine la morte del conte per fame, tutto questo è rappresentato dall'arte dantesca con un'ineguagliabile potenza di sintesi drammatica. E tale è lo sdegno del poeta contro Pisa, rea di aver fatti morire di tal morte anche gli innocenti figli del conte, che egli pronuncia contro di essa una tremenda invettiva, augurando che tutti i Pisani affoghino nelle acque dell'Arno. Nella Tolomea, che prende nome da Tolomeo governatore di Gerico, o dal re di Egitto uccisore di Pompeo, i dannati stanno supini col solo viso fuori dalla ghiaccia, volto all'insù: l'anima loro può piombare nell'inferno appena compiuto il tradimento, mentre il corpo vive ancora sulla terra, occupato da un demonio, come accade per il genovese Branca d'Oria. Nella Giudecca (XXXIV) - nome non coniato, come i precedenti, da Dante, ma in uso allora, in alcune cittá italiane, a designare il Ghetto - i dannati sono interamente confitti entro il ghiaccio, distesi o diritti o stravolti. Nel centro, che è pure quello della Terra, sta, sospeso nel vuoto, Lucifero, mostruoso, con sei ali e tre facce, una rossa, una gialla e una nera, simboli, come generalmente si ritiene, rispettivamente dell'odio, dell'impotenza e dell'ignoranza. Nelle tre bocche egli maciulla coi denti Giuda, Bruto e Cassio, traditori di Cristo e di Cesare, cioè delle supreme autoritá, spirituale e temporale. Virgilio, fattosi abbracciare al collo da Dante, si lascia calare giù lungo le coste vellose di Lucifero sino al centro della Terra, lo attraversa e, capovolgendosi, risale lungo le gambe del mostro infernale. I due poeti si trovano così nell'emisfero australe e per un cammino buio e malagevole, risalendo il corso di un ruscelletto, camminano senza riposo, finché, per un pertugio tondo, riescono «a riveder le stelle».Purgatorio. Il luogo dove essi sono giunti è un'isola in mezzo all'Oceano (I), nell'emisfero australe, sulla quale si innalza la montagna del Purgatorio, che si trova agli antipodi di Gerusalemme, in modo che questa cittá, il centro della Terra e quello del monte sono sul medesimo asse. Custode della montagna è Catone Uticense, esaltato giá da Dante, nel Convivio e nella Monarchia, come il più santo degli eroi, il più degno «di significare Iddio», eroe e simbolo della fedeltá alla libertá morale, mantenuta a costo della vita, e perciò posto qui dove le anime, attraverso l'espiazione materiale e spirituale, si vanno conquistando la libertá dello spirito.Virgilio gli spiega chi essi siano e la ragione di quel viaggio, e gli chiede il permesso di visitare il regno a lui sottoposto. Catone gli ordina di lavare il viso di Dante e di cingerlo con uno dei giunchi che nascono verso la spiaggia; e Virgilio adempie questo rito simbolico di purificazione e di umiltá. Ed ecco apparire improvvisamente una luce sul mare (II), che avanza velocissima: è l'angelo che trasporta nel suo «vasello snelletto e leggiero» le anime dei penitenti, le quali si raccolgono alle foci del Tevere per essere trasportate al Purgatorio. Tra le anime sbarcate, una riconosce Dante e lo abbraccia: è il musico Casella, che, per far piacere all'amico, intona un suo canto dolcissimo, che fa dimenticare a tutti, compreso Virgilio, ogni altra cosa, finché non sopraggiunge Catone, che rampogna le anime dell'indugio e le fa correre verso il monte. Anche i due poeti giungono alle pendici del monte (III), che si presenta scosceso e senza via. Ma ecco venire lentamente una schiera di anime, simile a una pacifica mandra di pecorelle: sono i morti in contumacia di Santa Chiesa. Tra questi è Manfredi, che rievoca con signorile altezza d'animo la sua morte e la triste sorte toccata al suo corpo, sottratto alla improvvisa sepoltura presso Benevento e disperso per la persecuzione della Chiesa. Lasciate queste anime, i due poeti si inerpicano per un sentiero ripidissimo intagliato nella roccia (IV). Questa prima parte del monte costituisce l'Antipurgatorio, dove sono le anime che tardarono a pentirsi fino all'estremo della vita, e perciò debbono aspettare qui un tempo variamente stabilito, prima di cominciare la vera e propria espiazione nel Purgatorio propriamente detto, che occupa tutta la parte superiore della montagna, fino alla cima, che è costruita dal Paradiso terrestre.L'Antipurgatorio presenta diversi balzi. Nel primo balzo, dove si trovano coloro che tardarono a pentirsi per pura negligenza, Dante s'incontra con un altro amico suo, il liutaio Belacqua, col quale si svolge un gustoso dialogo, che illustra l'ardore del carattere di Dante, in contrasto con l'indolenza del suo amico (IV). Lasciate queste anime, incontrano una schiera, che avanza cantando «Miserere»: sono i negligenti morti violentemente (V). Tra questi sono Iacopo del Cassero, fatto uccidere da Azzo d'Este, Buonconte da Montefeltro e Pia dei Tolomei. A Dante che gli chiede come mai non si trovò il suo corpo a Campaldino, nella quale battaglia Buonconte lasciò la vita (1289), questi racconta com'egli, fuggendo ferito a morte, giunse ove l'Archiano sbocca nell'Arno: quivi spirò nel nome di Maria, salvo. Il diavolo, venuto a prendersi l'anima, rimasto deluso, si sfogò sul suo corpo: scatenò una terribile bufera, e la pioggia torrenziale gonfiò l'Archiano, che travolse seco nell'Arno il corpo di Buonconte trovato alla sua foce. Al drammatico racconto di Buonconte segue la triste elegia di Pia dei Tolomei; poche battute, che nascondono più che non rivelino un dramma misterioso, ma bastano a delineare perfettamente un carattere femminile di squisita delicatezza. Molte altre anime si affollano qui intorno a Dante (VI) per chiedergli di ricordarle ai loro congiunti, sì da abbreviare con le loro preghiere la loro attesa nell'Antipurgatorio, come giá gli aveva chiesto Manfredi. Mentre cercano la via per salire, un'anima, che se ne sta soletta e sdegnosa, il mantovano Sordello, appena Virgilio pronunzia il nome della loro comune terra natale, corre verso di lui e lo abbraccia con gran festa. A questo spettacolo, Dante, pensando, per contrasto, agli odi e alle lotte tra le varie cittá d'Italia e tra i cittadini di una stessa cittá, scoppia nella famosa invettiva «Ahi serva Italia», in cui deplora l'assenza dell'autoritá imperiale come causa del disordine e delle guerre fratricide in Italia, l'illecita ingerenza della Chiesa nelle cose politiche, per finire con amare sferzate al popolo fiorentino, stolto, arrogante e volubile. Sordello spiega ai poeti che di notte nel Purgatorio non è possibile salire; li guida perciò in una valletta fiorita, dove addita i regnanti del suo tempo, i quali, distolti dalle cure terrene, avevano tardato a pentirsi dei loro peccati. è il tramonto (VIII): le anime della valletta cantano un inno religioso, alla fine del quale scendono due angeli, che mettono in fuga un serpente che si insinua tra l'erbe e i fiori. Qui Dante parla con un altro amico ancora, il giudice di Gallura Nino Visconti, e da Corrado Malaspina ascolta la profezia dell'ospitalitá ch'egli riceverá dai suoi congiunti. Addormentatosi, mentre sogna di esser rapito da un'aquila fino alla sfera del fuoco, è preso da Lucia, scesa dal cielo per aiutarlo nella salita. Destatosi, si trova, infatti, vicino alla porta del Purgatorio vero e proprio, custodita da un angelo, che con la punta della spada incide sulla fronte di Dante sette P, le piaghe dei peccati ch'egli dovrá lavare.Il Purgatorio si divide in sette cornici o ripiani o gironi, in ciascuno dei quali si espia uno dei sette peccati mortali, cominciando dal più grave. Nel primo girone, dove si trovano i superbi (X, XI, XII), Dante ammira dapprima esempi di umiltá scolpiti nella roccia della parete (il primo esempio della virtù contraria al vizio che si punisce è , in ogni girone, sempre quello di Maria), e poi altre sculture sul pavimento, rappresentanti, invece, esempi di superbia punita. I superbi camminano lentamente, oppressi sotto il peso di massi più o meno gravi, che li costringono a una continua contemplazione delle sculture, e recitano il Pater noster. Tra i penitenti Dante incontra tre personaggi, esponenti di tre diverse e caratteristiche categorie di superbi: Omberto Aldobrandeschi, l'amico Oderisi da Gubbio, e Provenzan Salvani, superbi, rispettivamente, per la nobiltá dei natali, per l'eccellenza dell'arte, per l'altezza della condizione sociale. Giunti dove è la salita al girone seguente, un angelo si fa incontro ai due poeti, e con un colpo d'ala toglie uno dei sette P dalla fronte di Dante, che diventa subito più lieve e spedito.. Questo rito si ripeterá alla fine della visita di ciascun girone, in forma identica. Nel secondo girone (XIII, XIV) sono puniti gli invidiosi, i quali sono coperti di vil cilicio, hanno gli occhi cuciti con fili di ferro, sono, come mendicanti, addossati l'uno all'altro e tutti alla parete livida della montagna. Voci che trascorrono nell'aria gridano esempi così della virtù contraria come del peccato qui punito. Dante parla con Sapìa da Siena e con Guido del Duca, figure entrambe di notevole rilievo, la prima per la femminile puntigliositá e mordacitá, l'altra per la sua accorata nostalgia della sua Romagna quando in essa regnavano amore e cortesia. Nel terzo girone (XV, XVI, XVII) gli iracondi sono immersi entro un soffocante fumo; e gli esempi di mansuetudine e d'ira punita appaiono in una visione estarita tutta interiore. Attraversando il fumo, Dante parla con un uomo di corte, Marco Lombardo, che gli spiega come la corruzione del mondo sia dovuta alla carenza dei due poteri voluti da Dio per il benessere del mondo, quello temporale e quello spirituale, in quanto la Chiesa ha usurpato per interessi terreni il potere temporale, sicché ha insozzato se stessa e dato al mondo il cattivo esempio. Al quarto girone i due poeti giungono verso il tramonto. Virgilio approfitta della sosta forzata per spiegare a Dante la struttura morale del Purgatorio, fondata sulla natura e il modo dell'amore, principio e cagione di ogni vizio e virtù (XVIL XVIII). L'amore naturale - egli spiega - è sempre senza errore; ma quello d'animo può rivolgersi al male (donde superbia, invidia, ira, peccati puniti nei tre gironi precedenti), oppure al bene, sì, ma o con poco vigore (donde l'accidia, punita in questo girone), o con troppo (donde avarizia, gola, lussuria, punite nei tre gironi superiori): per il giusto governo dell'amore è dato all'uomo il libero arbitrio, per cui l'uomo diventa responsabile dei suoi atti. Sopraggiungono correndo schiere di accidiosi, che non si fermano. è notte: Dante si addormenta (XIX), e sogna una femmina balba, guercia, storta, monca, simbolo dei peccati che si espiano nei gironi superiori, la quale, allo sguardo che il poeta le rivolge, si abbellisce, canta come una dolce sirena, finché Virgilio non le strappa di dosso le vesti, e il puzzo che esce dal ventre di lei lo sveglia.Salgono al quinto girone, degli avari e prodighi, i quali giacciono bocconi a terra, legati nei piedi e nelle mani. Dante parla con Adriano V (XIX), e Ugo Capeto (XX). E improvvisamente il monte si scuote, e da tutte le anime si leva un grido: Gloria in excelsis Deo. Mentre i due poeti camminano incerti per la novitá (XXI), un'ombra li raggiunge: è l'anima di Stazio, quella per cui il monte ha tremato e le turbe hanno esultato, come avviene ogni volta che un'anima ha scontato la pena e sale al Paradiso. Ciò spiega Stazio ai due poeti, con i quali si accompagnerá nel resto del cammino. Senza sapere di avere davanti a sé Virgilio, egli esprime la sua grande ammirazione e riconoscenza per il poeta dell'Eneide, al quale dice di dovere ogni sua ispirazione poetica. Dante sorride e, dopo le insistenze di Stazio, col permesso di Virgilio, rivela la veritá: Stazio si getta ai piedi di Virgilio per abbracciarli, dimenticando che sono entrambi ombre senza corpo. Quindi spiega (XXII) ch'egli si trova in quel cerchio non perché avaro, ma perché prodigo, e come anche del pentimento nonché della sua conversione al cristianesimo egli sia debitore a Virgilio. Giungono tutti e tre nel girone dei golosi (XXII, XXIII XXIV), e incontrano dapprima un albero dai frutti odorosi, donde una voce grida esempi di temperanza, poi una schiera di golosi, i quali sono resi irriconoscibili per la magrezza, determinata in essi dalla fame e dalla sete di cui soffrono. Dante è riconosciuto da Forese Donati, col quale aveva scambiato volgari sonetti, di che qui fa ammenda. Tra altre anime additategli da Forese, una mostra di volergli parlare: è Bonaggiunta da Lucca, col quale Dante ha il breve, ben noto colloquio, in cui indica i caratteri che secondo lui differenziano la poesia del «dolce stil novo» da quella dei rimatori precedenti (XXIV). Prima di uscire dal girone, incontrano un altro albero simile al primo, sotto il quale le anime passano tendendo invano ai suoi frutti le mani desiderose. Avviandosi al settimo girone (XXV), Stazio, per spiegare a Dante come le ombre possano dimagrare, espone la teoria della generazione dell'uomo, dell'infusione dell'anima in esso, e della formazione dei corpi fittizi dopo la morte. Il settimo girone, dei lussuriosi, è tutto investito dalle fiamme che emanano dalla costa del monte, restando immune solo l'orlo esterno (XXV, XXVI). Il Sole proietta sulle fiamme l'ombra di Dante, con meraviglia dei peccatori. Questi sono divisi in due schiere - gli incontinenti e i peccatori contro natura - che camminano in direzioni opposte e, quando s'incontrano, si scambiano un breve bacio e gridano il proprio peccato. Dante parla con Guido Guinizelli, da lui salutato come padre suo e degli altri suoi miglior «che mai rime d'amore usar dolci e leggiadre», e poi con Arnaldo Daniello. Un angelo di lá dalle fiamme li invita a passare (XXVII); ma Dante s'impunta per paura, e Virgilio non riesce a vincerne l'esitazione se non quando gli dice che al di lá potrá vedere Beatrice. Passati attraverso le fiamme, i poeti sono costretti a fermarsi sulla scalinata che porta alla vetta, perché il Sole tramonta. Al mattino, dopo un sogno preannunziatore degli incontri imminenti, Virgilio solennemente dichiara finito il suo ufficio di guida, avendo ormai il suo alunno, con la purificazione dai peccati, conquistato la libertá dell'arbitrio, Dante si addentra nella foresta che occupa la vetta del Purgatorio, e che costituisce il Paradiso terrestre, e giunge fino a un ruscello, sulla cui opposta riva è «una donna soletta che si giá / cantando e iscegliendo fior da fiore». è Marelda, che fa da maestra e guida a Dante nel Paradiso terrestre. Mentre egli cammina contro la corrente del ruscello, la selva s'illumina di sette candelabri che avanzano: dietro di essi si svolge una grandiosa processione, al cui centro è un carro trionfale tirato da un Grifone. Un tuono, e la processione si ferma. Sul carro appare Beatrice velata, mentre Virgilio scompare dal fianco di Dante, che ne piange. Ma Beatrice lo muove a più cocenti lagrime, con i suoi implacabili rimproveri. Dante, per il dolore del pentimento, perde i sensi, e Matelda lo immerge nel Letè , la cui acqua ch'egli è costretto a bere, dá l'oblio del peccato. Dopo di che Beatrice gli si svela. La processione torna indietro, finché giungono dove s'innalza un albero brullo, al quale il Grifone lega il timone del carro. Tornati al cielo il Grifone e gli altri personaggi della processione, il carro subisce varie metamorfosi per la venuta di un'aquila e di un drago: appaiono infine una meretrice e un gigante che trascina la donna e i resti mostruosi del carro entro la selva. La processione e le varie vicende del carro hanno un significato allegorico: la prima significa il costituirsi e l'affermarsi della Chiesa di Cristo (il carro tirato dal Grifone); le vicende del carro rappresentano invece la deformazione della Chiesa per la donazione di Costantino, il suo prostituirsi al re di Francia (il gigante), e infine il suo trasferirsi da Roma ad Avignone.Dopo la scomparsa del gigante, Beatrice profetizza la venuta di «un cinquecento diece e cinque, messo di Dio», erede dell'aquila, che ucciderá il gigante e la meretrice. Quindi giungono dove da una fontana escono e si dipartono due fiumicelli, il Letè e l'Eunoè . Dante, assistito da Matelda, beve anche le acque dolcissime di questo secondo ruscello, e ormai, libero dal ricordo di umane colpe (Letè ), pieno soltanto del gusto del bene (Eunoè ), si sente «puro e disposto a salire alle stelle».Paradiso. Nove cieli concentrici, mobili e luminosi, distribuiti nello spazio secondo la concezione tolemaica e tutti compresi entro l'Empireo immobile, costituiscono il regno dell'eterna beatitudine.Dal Paradiso terrestre Dante sale con Beatrice al cielo della Luna, e poi di cielo in cielo, sino all'Empireo, dove dimorano, con gli angeli, le anime dei beati. Prima, però, di vederle tutte raccolte nell'Empireo, il poeta, per grazia divina, le vede nei singoli cieli dai quali le loro indoli furono particolarmente improntare, in modo da poter comprendere i diversi gradi della loro beatitudine. Così, nel 1 cielo, della Luna, il più basso e meno veloce, Dante vede gli spiriti che per violenza altrui non tennero compiutamente fede ai voti religiosi (Piccarda Donati e Costanza Normanna; III); nel 2, di Mercurio, gli spiriti operanti virtuosamente nel mondo per desiderio di gloria terrena (Giustiniano e Romeo da Villanova; VI); nel 3, di Venere, gli spiriti amanti (Carlo Martello, Cunizza, Raab e Folchetto da Marsiglia; VIII-IX); nel 4, del Sole, in forma di duplice corona, gli spiriti sapienti (S. Tommaso, S. Bonaventura e altri 22; X-XIII); nel 5, di Marte, in forma di croce luminosa, gli spiriti combattenti, morti per la difesa della fede (Carlo Magno, Orlando, Cacciaguida; XIV-XVII); nel 6, di Giove, in figura prima di lettere formanti le parole Diligite iustitiam qui iudicatis terram, e poi di aquila, gli spiriti giusti (David, Rifeo, Costantino, Traiano, ecc.; XVIII-XX); nel 7, di Saturno, disseminati lungo una scala che si innalza fino all'Empireo, gli spiriti contemplanti (S. Pier Damiani e S. Benedetto; XXI-XXII). Nell'8 cielo, le Stelle fisse, il poeta assiste al trionfo di Cristo e di Maria, e da S. Pietro, S. Giacomo e S. Giovanni è esaminato intorno alla Fede, alla Speranza e alla Caritá (XXIII-XXVI); nel 9 Primo Mobile, assiste al trionfo delle gerarchie angeliche, nove cerchi luminosi aggirantisi intorno a un punto piccolissimo di luce insostenibile, che è Dio, apprende da Beatrice la rispondenza dei nove cerchi angelici alle nove sfere celesti, il tempo, il luogo, il modo della creazione degli angeli e dei cieli (XXVII-XXVIII-XXIX); nell'Empireo contempla la rosa mistica dei santi e dei beati, tra i quali e Dio volano incessantemente gli angeli (XXX-XXXI), poi, per intercessione della Vergine (XXXIII), pregata da S. Bernardo, che prende accanto a lui il posto di Beatrice, è fatto degno di levare lo sguardo a Dio, di cui conosce il mistero in fulgida visione.Dante s'innalza di cielo in cielo guardando negli occhi Beatrice che fissa lo sguardo in alto, e la cui bellezza diviene, salendo, sempre più luminosa e ridente. I beati gli appaiono nei primi due cieli come pallide ombre evanescenti, poi come splendori che l'ardore di caritá rende sempre più sfavillanti, quanto più sono vicini a Dio, quanto maggiore, cioè , è il loro grado di beatitudine.Benché beate le anime con cui Dante parla conservano la loro personalitá e ricordano vicende della vita terrena. Ecco Piccarda rievocare sobriamente le dolorose circostanze che impedirono a lei e a Costanza di mantenere il loro voto religioso; ecco Giustiniano tracciare in sintesi rapida e vigorosa la storia dell'aquila imperiale romana, da Enea a Carlo Magno, unificatrice del mondo per l'avvento del cristianesimo, così degna di reverenza che peccano non solo i Guelfi, opponendosi a essa, ma anche i Ghibellini quando si servono della sua insegna per faziositá di partito. Carlo Martello parla delle varie disposizioni naturali degli uomini, necessarie al vivere sociale; S. Tommaso, domenicano, narra la vita ed esalta le virtù, specie l'amore alla povertá, di S. Francesco d'Assisi, e deplora la corruzione dei domenicani, mentre S. Bonaventura, francescano, fa l'elogio della vita, della sapienza e della forza combattiva di S. Domenico, lamentando che l'Ordine francescano si allontani dalle norme del suo fondatore. Il trisavolo di Dante, Cacciaguida, rievoca le condizioni di Firenze nel bel tempo in cui essa viveva «in pace, sobria e pudica», e spiega al poeta le oscure profezie da lui udite durante il viaggio, tracciando il quadro doloroso dell'esilio che l'avvenire gli riserba, ed esortandolo a temprare in esso la sua virtù e a far rivelare senza timore tutto quanto, nel regno dei morti, egli ha visto e udito, anche, anzi specialmente, contro i grandi e i potenti, non per ira o per odio, ma per indurli a ravvedersi dei loro peccati. è questo uno dei fini del poema, e la voce di Cacciaguida è quella stessa della coscienza di Dante, rivelatrice di una grande missione che Dio a lui ha dato da compiere tra gli uomini. Appresso, l'aquila imperiale fa un'implacabile accusa ai regnanti cristiani del tempo, che nel dì del giudizio saranno più lontani da Dio dei non cristiani. S. Pier Damianì si scaglia contro la corruzione delle alte gerarchie ecclesiastiche, suscitando un grido tonante d'indignazione da tutte le altre anime. S. Benedetto parla della sua vita e deplora amaramente la corruzione dell'Ordine. S. Pietro bolla con terribili parole papa Bonifacio VIII, tanto da far trascolorare Beatrice e arrossire i beati. Beatrice stessa ha sdegnosissime parole contro i falsi maestri di dottrine religiose e i buffoneschi e vacui predicatori. Così anche tra i beati l'interesse e la preoccupazione per ciò che avviene sulla Terra fa parte della loro vita ultraterrena.