Cimitero marino

Il titolo del poema fa esplicito riferimento al cimitero della cittadina di Sè te, porto di mare sulla costa del Languedoc, non lontano da Montpellier, situato in fondo a un golfo, ai piedi di una collina, tra lo stagno di Thau e il Mediterraneo. Qui, a mezza altezza su un colle, proprio al di sopra del porto, si trova il cimitero che ispirò Valéry e nel quale egli riposa.Le barche, sulla superficie del mare, sono simili a bianche colombe su un tetto d'ardesia. Sul moto senza fine delle onde trionfa la luce abbacinante del meriggio; lo sguardo si perde fra adamantini bagliori di schiuma. Una pace immensa sembra nascere in quest'abisso di luce. L'occhio del poeta e l'immenso occhio del mare intrecciano giuochi ammiccanti: realtá interiore ed esterna paiono fondersi sotto un unico culmine. La strofa IV completa l'immagine di calma assoluta, e giá ne prepara il dissolversi (strofa V): «E il cielo canta all'anima in consumo Le rive che si mutano in rumore». Subitaneo è il trapasso dall'apparente pace del mare a rive più mosse, mentre il paesaggio emerge dalla luce. è un movimento che annuncia il risveglio della coscienza, la dispone, uscita dal sogno, alle suggestioni dello spazio reale, dove tutto riconduce a pensieri terrestri, umani. Non più il cielo sfatto dalla luce meridiana, ma l'azzurro quotidiano del cielo; il mare, giá vastitá primigenia di fiamma, ora si restringe in quel «golfo»; la luce è soltanto l'abbagliamento riflesso del golfo. Il mare sembra prigioniero dei fogliami, e tra quelli rode i cancelli del cimitero. Mentre le palpebre socchiudono gli occhi abbagliati, una scintilla di pensiero attrae l'anima verso gli assenti, nascosti nella terra; è sopravvenuta la meditazione della morte. All'immensa Luce, il corpo proclama la sua essenziale opposizione: dalla sua stessa ombra esso è legato alla terra, alla dimora dei morti. Lo stridore di una cicala accentua il senso di ariditá che è nell'aria.. La terra madre asciuga, rinserrandolo, il pianto dei figli. Nella strofa XVI opera più acutamente l'elemento sensuale: un erotismo che sembra di sé compiacersi, e che pure si sfugge; l'acme erotico è come fermamente costretto fra i termini di un radicale pessimismo: «Il vago seno che scherza col fuoco», tra «La larva fila...» e «Tutto sotterra va...». Il vero tarlo non è il verme dei morti, ma l'irréfutable istinto vitale cui la coscienza oppone limiti e freni; il poeta si chiede se il tormentato indagare della coscienza sia utile o dannoso al suo esistere: senza dare una definitiva risposta, conclude nel riconoscere che proprio in questo tormento, tra sensazione e volizione, sonno e veglia, visione e sogno, carne e pensiero, consiste la vita. Disposizione che per altro si esplicita nel dilemma filosofico della strofa XXI: «Zenone! Crudel Zenone! Zenone d'Elea!», dove i paralogismi zenoniani non introducono negative né positive certezze, essendo puramente dubbio in atto. E di qui, ancora, lo slancio che anima le ultime strofe (XXII-XXIV): il vento salmastro si leva e suscita l'interna fiamma; il poeta, che per un attimo aveva vissuto nel Sogno (Songe) un presentimento di fusione nell'infinito, che a lungo aveva meditato sull'effimero, l'apparente, ora avverte in sé la potente attrattiva terrestre. Il pensiero delle ceneri degli antenati è scomparso. E il tempo dell'azione, «è re successive!»: è polvere d'onda che non teme lo scoglio, è tutto il grande mare in movimento; le vele scompaiono, che solo poc'anzi erano parse colombe alla pastura. Pulsa il ritmo vitale dell'esistenza, da cui prende vita ogni processo: «... Si tenti ora la vita!».