Cecitá

Si apre con la violenza dei colori che si accendono prima di scomparire e scandiscono un traffico affollato di automobilisti: il disco giallo del semaforo che precede il rosso, l'omino verde dei pedoni, le strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto. Nella fretta delle macchine che partono «come cavalli nervosi» e formano ingorghi e imbottigliamenti, solo un automobilista resta fermo, bloccato in una sconcertante evidenza: «Sono cieco». La cecitá di quest'uomo, di cui non sappiamo il nome - come di nessun altro personaggio del romanzo, collocato in uno spazio altrettanto indefinito - non si manifesta con il buio, ma con il bianco: una «nebbia», un «mare di latte», «un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili». All'inizio perdono la vista il ladro che ha rubato la macchina al primo personaggio colpito da cecitá, poi il medico che non riesce a stabilire la diagnosi, e anche una prostituta. Poi la cecitá contagia inspiegabilmente altri uomini, fino a causare una pericolosa epidemia che costringe il Governo a isolare gli ammalati di «mal bianco» in una sorta di manicomio squallido e sporco. Questa precauzione prende la forma di una crudele segregazione, organizzata secondo regole che trasformano i ciechi in detenuti: il cibo viene lasciato alle porte d'ingresso; gli avanzi devono essere bruciati; gli internati non possono contare su aiuti esterni per incendi, incidenti, aggressioni e malattie; in caso di morte, sono gli stessi malati a trasformarsi in becchini. Inoltre, il manicomio è presidiato da soldati che sparano su coloro che cercano di evadere, creando un'atmosfera di guerriglia, di eccidio. Tra i ciechi, però, si trova un personaggio portatore di possibile salvezza, l'unico che non abbia mai avuto paura: è la moglie del medico che, immune dal contagio, si finge cieca per stare con il marito e rendersi utile agli altri, sostenendoli nella fuga finale dal carcere-manicomio. Per la donna vedere la miseria che la circonda diventa una dannazione ancora più penosa di quella che affligge i ciechi, al punto che essa arriva a desiderare, talvolta, di perdere la vista come gli altri. In questa situazione, infatti, - in cui gli uomini assomigliano a una razza di cani che si riconosce «dal modo di abbaiare» - la disperazione degli internati si traduce in aggressivitá e disordine, disorientamento e deformazione fisica e morale, forse non più grave di quella che si manifestava giá, implicitamente, come incubazione perenne della malattia («eravamo giá ciechi nel momento in cui lo siamo diventati», dice uno di loro). La cecitá è una delle grandi malattie dell'umanitá. Come ha scritto Albert Camus, «la peste appartiene a tutti quanti, a tutti i tempi».Pertanto, per tutti questi uomini, - incapaci di vedere veramente quando avevano la vista, perché impauriti, ipocriti, senza speranza, e beffati dall'immaginazione durante la cecitá - anche la guarigione finale si manifesta in modo non meno improvviso e assurdo di come si era scatenata l'epidemia, forse con la sola consapevolezza che la vera visione, quella coraggiosa del cuore, difficilmente sará accessibile sia a chi è cieco sia a chi vede.