Aspettando Godot

In una strada di campagna, definita unicamente dalla presenza di un albero, si dipana un lungo dialogo tra due barboni, Estragon e Vladimir. è sera, i due non hanno (né hanno mai avuto) niente da fare. Non è chiaro da quanto tempo si trovino in quel luogo, né quanto vi resteranno. Dai loro discorsi si capisce che hanno cercato, e cercheranno, di separarsi ma finiscono, per abitudine, col ritrovarsi sempre insieme. Più volte hanno pensato, e penseranno, di uccidersi, rinunciandovi sempre per fiacchezza o impossibilitá materiale. In questa situazione stagnante di eventi minimi che sembrano ripetersi in una infinita circolaritá, un solo elemento fornisce una parvenza di tensione teleologica agli atti e alle parole dei due barboni: l'attesa di Godot, questo personaggio di cui nulla si sa eccetto che ha promesso di venire, e che naturalmente non comparirá mai sulla scena. Estragon e Vladimir si aspettano molto dalla venuta di Godot, che impedisce alla loro ragione di vagare «nella notte assoluta dei grandi abissi». In realtá questa attesa è (forse più d'ogni altra cosa) parte della situazione senza uscita che li invischia. Ricorre qua e lá nel dramma, come un ritornello segreto, questo scambio di battute: «Andiamocene». «Non si può». «Perché?». «Aspettiamo Godot». «Giá, è vero». L'azione vera e propria, poi, è ridotta a pochi atti insignificanti che punteggiano l'inarrestabile parlare dei barboni: Vladimir e Estragon si tolgono le scarpe, mangiano una carota, si scambiano i cappelli, dormono. Unico diversivo, la comparsa di una strana coppia di padrone e schiavo: Pozzo conduce Lucky legato a una corda e carico di bagagli, lo frusta, lo tratta come un animale senza che questi reagisca. Ma il loro passaggio non ha alcun effetto concreto sulla situazione di Vladimir e Estragon: «Be', ha fatto passare il tempo». «Sarebbe passato lo stesso». «Sì, ma più adagio». Si ripresenteranno più avanti, Pozzo cieco, Lucky muto. Il dramma si chiude con l'immagine di Vladimir e Estragon che continuano a aspettare Godot, incapaci di qualsiasi azione: «Allora andiamo?». «Andiamo». (Non si muovono). Al di lá dell'apparente totale nichilismo del dialogo, il testo di Beckett mette in gioco alcuni problemi filosofici fondamentali (il tempo, l'individuo, l'essere) e, sia pure ridotto a puro flatus vocis, più di un riferimento alla tradizione culturale e religiosa dell'Occidente. L'intento è dunque estremamente serio e aperto alle più varie e ricche interpretazioni (a cominciare da quella dell'identitá dell'invisibile protagonista, il cui nome sembra essere una fusione di God, Dio e robot) ma grazie all'uso ironico del nonsense e di un robusto humour plebeo non mancano nel dramma occasioni di divertimento e di pura comicitá.