Le anime morte

Un giorno nel capoluogo del governatorato N. arriva sulla sua piccola carrozza a molle un tipo non bello, ma neppure brutto d'aspetto, né troppo grasso né troppo magro, non vecchio ma nemmeno proprio giovane; le sue maniere sono affabili, le parole attente a non esprimere alcuna opinione, le sue sembianze lucide e levigate: è l'assessore collegiale Pavel Ivanovič Čičikov. A spingerlo nella tranquilla cittadina è un piano ben preciso, che ha qualcosa di diabolico: vuole comprare «anime morte», cioè servi della gleba morti dopo l'ultimo censimento per i quali i proprietari continuano a pagare il testatico, dotandole quindi di una specie di esistenza astratta, ed entrato in possesso di tali fantasmi (vivi però agli effetti della legge) servirsene ai fini delle previste assegnazioni di terre. A tale scopo Čičikov prende una stanza in uno stantio albergo del posto e comincia a farsi amico delle persone più in vista e a visitare i proprietari dei dintorni. La sequenza delle sue trattative gli fa incontrare un'intera galleria di personaggi portatori del nulla, cadaveri viventi in confronto ai quali gli unici esseri vivi sembrano proprio le anime morte, quei poveri schiavi di cui vengono rievocati nomi, abitudini, vizi e virtù. Il primo possidente visitato da Čičikov è il solenne e grosso Sobakevič, che a dispetto della sua mole massiccia e del suo sussiego è il personaggio più poetico del libro, con quel modo primordiale di trattare il cibo, procedendo a grandi fette e possenti porzioni ed ignorando le marmellate che la moglie serve dopo il pranzo; segue la visita al mite Manilov, dalle labbra rosee, biondo e lezioso, tipico rappresentante del vuoto sentimentalismo del diciottesimo secolo: i suoi simboli sono la grassa vegetazione verde sullo stagno del giardino potato all'inglese, i nomi pseudo-classici dei suoi figli, quel libro che sta sul tavolo dello studio permanentemente aperto a pagina 14, i mucchietti di cenere della pipa ordinati simmetricamente sul davanzale della finestra per piacere artistico; dopo di lui è il turno dell'avaro e antiquato Pljuškin, collezionista di inutile ciarpame, schiavo di cose e stracci con cui si fonde in un tutto grigio e polveroso; quindi lo spaccone Nozdrëv, parassita sociale e truffatore, privo di amor proprio, che riempie l'esistenza quotidiana con il gioco e il pettegolezzo; infine l'avida e calcolatrice Korobočka, misto di superstizione e praticitá, che viaggia in una sgangherata vetturetta colma di pizze e ciambelle. Sará proprio lei, atterrita dalla paura degli spiriti, a scoprire l'imbroglio di Čičikov, che nel finale, con una splendida impennata lirica, lascia la cittá fra rombo di ruote e nugoli di polvere, prendendo il volo sulla sua veloce trojka, simbolo della Russia, verso un edificante futuro che non vedrá mai.Il quadro che emerge da Le anime morte è quello di una Russia sgangherata e sonnolenta, abitata da figure grottesche e patetiche di cui Čičikov è lo «sferico» rappresentante, anche se Gogol' non perseguiva nessun diretto fine sociale. Tuttavia il romanzo rompe l'eufemistico silenzio della letteratura ufficiale preparando il terreno ad opere intenzionalmente di denuncia sociale come -> Le memorie di un cacciatore di Turgenev o -> I signori Golovlëv di Saltykov.